significato blog

Vieni a trovarci sul nuovo sito www.violadelpensiero.it


Visualizzazione post con etichetta parto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parto. Mostra tutti i post

lunedì 6 settembre 2010

violapensiero n°16


“L’inatteso e la maternità.



«Mi sono scoperta dei lati violenti, delle angosce che non conoscevo. E’ l’esperienza che mi ha cambiata di più in assoluto. Mi è apparsa una faccia nuova di me stessa, isterica, egoista, collerica. Per esempio non avrei mai immaginato di non sopportare le continue richieste dei miei figli o di annoiarmi in loro compagnia. A volte, dopo aver passato il week-end a sentire i loro strilli e a mettere in ordine i loro giochi ho addirittura voglia di ucciderli! Penso che mia madre abbia vissuto tutto questo senza mai poterlo dire.»


Sono parole inconsuete; ci vuole coraggio per pronunciarle e per accettare che vengano messe nero su bianco. Una simile testimonianza resa in pubblico è rara e forse unica, ma riecheggia altre parole udite all’uscita da scuola, in bar o in treno, fra due madri che si scambiano confidenze sui figli rumorosi e troppo vivaci. In questi spazi di parole improvvisate, di incontri più o meno organizzati, le madri a volte osano “dirsi”.


Bisogna stare attenti per capire davvero quello che pensano. Parlano, certo, ma con parsimonia, approfittando di pochi istanti per dire una fatica, un’angoscia, un malessere, una stanchezza. Sono rivelazioni succinte, quasi private, verbalizzazioni del desiderio di “gettare il bambino dalla finestra”, che spesso vengono prese sottogamba dall’interlocutore. E d’altronde le donne contano sul sottinteso che la parola pronunci un impossibile, qualcosa che non si farà mai. […]


Le madri soffrono e non lo dicono. Non è una novità; ogni epoca ha costruito il suo silenzio, chiudendo una parte dell’umanità in un universo senza parole. Sono le donne quelle che hanno più taciuto su questo vissuto intimo di se stesse, sul momento così condiviso e così solitario che è la nascita di un figlio. Se è un bambino voluto dai genitori, voluto dalla società in funzione del mantenimento del tasso di natalità, il momento di metterlo al mondo, attraverso il passaggio corporeo che si iscrive nell’anima di ognuna, e l’incredibile sconvolgimento più o meno lieto che lo accompagna sono destinati a restare nel silenzio.


Raccogliere le lacrime e le parole di un corpo, che narrano la storia di un desiderio di maternità annullato, spezzato, deludente, perturbante ma anche felice, atteso, sperato, fa parte di una politica sanitaria pubblica di cui tutti siamo responsabili. Queste parole non devono essere soffocate, devono anzi essere condivise, perché il soggetto che le pronuncia possa vivere e non limitarsi a sopravvivere. La prevenzione sbandierata dai responsabili delle istituzioni, può scaturire solo dall’ascolto delle sofferenze e delle parole delle madri. Il sapere non è altrove, è nel cuore di ogni madre. Occorre tempo e pazienza per raccogliere, analizzare, comprendere il loro vissuto. Non ci siamo ancora arrivati e il concetto di prevenzione, per ora, esiste solo sulla carta.”

Sophie Marinopoulos

Nell’intimo delle madri – Luci e ombre della maternità



Sophie. Sono così emollienti e balsamiche le sue parole, che mi viene da chiamarla per nome. E' psicologa clinica e psicoanalista. Nel suo libro fa riferimento al suo paese – la Francia – dove esercita e promuove la salute psichica come parte integrante del sistema sanitario nazionale. Lo scenario che illustra mi sembra possa calzare anche al di qua delle Alpi e possa avvicinarsi alle confidenze di madri appena impastate e di altre più stagionate.

Una settimana fa… a proposito di appena impastate, più o meno a quest’ora, dopo un mio viaggio che senza vergogna definirei all’inferno – ma con biglietto di ritorno per il Paradiso! – è nata Viola. Ho cercato di darla alla luce con tutta me stessa, per ore perdendo i sensi continuamente dallo sforzo, quasi simbolicamente per lasciarle un po’ di spazio in questo mondo. Tanti dettagli e complicazioni hanno impedito quella spinta finale tutta mia, che la ponesse completamente al di fuori di me.

Era lei che stava ancora troppo bene nella perfezione del grembo? Ero io che non volevo abbandonarmi fino in fondo alla filiazione? Un braccino, un giro di cordone al collo? Così ipotizzavano le ostetriche o piuttosto, senza troppi fronzoli, un bacino di mamma troppo esile per una bimba gonfia di salute? Domande sedate dopo 18 ore dal taglio, più che generoso, di un medico che con sole tre mie spinte finalmente l’ha innalzata al cielo, accompagnato dal fragoroso applauso del terzo turno di ostetriche e infermiere. La sensazione di un celebrante per una liturgia intrisa di vita e morte. E io che tremante lo abbraccio e esclamo forte “alla faccia del secondo natura!”. Ho desiderato scappare, morire, essere tagliata, il cesareo, l’epidurale.  

Nei giorni successivi una mamma in ospedale mi ha raccontato che con l’epidurale aveva sofferto poco e ad ogni contrazione era riuscita a pensare alla sua bambina. Ammissione: io ho sempre pensato alla mia pelle, era tutto così forte che non riuscivo ad andare oltre alla speranza di non crepare. Mi sentivo inadeguata. Era colpa mia che non usciva? Una schiappa? Con contrazioni a 130 la tua psiche, malgrado tutto, riesce comunque ad imporsi anche tali domande e torture. Eppure tuo marito, meglio di un CT della nazionale come sostegno e sprono per tutta la durata, e le ostetriche sono lì che ti rassicurano che stai dando il massimo e nel modo giusto. Non basta; quelle domande ti s’insinuano lo stesso tra uno svenimento e l’altro. Per tutte le mie 18 ore Mauro è stato il volto, che ormai non vedevo più nitidamente, capace di ravvivarmi senza tregua l’obiettivo di quel soffrire al limite della vita. La voce e la mano che mi raccontavano che ero lì per Viola.

In questo blog ci siamo confidati tante volte che il parto è il proseguimento di un atto sessuale che non si placa e abbraccia la vita. Ora comprendo che lo è nel senso più letterale di “farlo per amore”. E senza di lui non avrei saputo tenere accesa questa speranza, il dolore mi avrebbe sepolta. Un’esperienza di famiglia.

Al termine del turno le ostetriche per la terza volta si consegnano il lavoro incompleto e si confidano “sembra debole, ma è una leonessa”. Ancora non mi basta per non sentirmi in colpa. Angeli, le ostetriche. In particolare mi si è impressa nell’animo Veronica. Ha fatto di tutto per farmi fare il travaglio e il parto in vasca, anche se il tipo di gravidanza a rischio per diabete lo escludeva. Le coccole dell’acqua avrebbero stemperato l’inferno del gel che aveva indotto per tutto il pomeriggio le contrazioni vertiginose. Ce l’avevamo quasi fatta e dopo il contro natura del gel (non lo consiglierei mai, ma alcune situazioni potrebbero richiederlo e te la metti via!), la vasca sembrava la riconciliazione, il purgatorio dopo l’inferno. E ancora dopo 3 ore di contrazioni e spinte in acqua Viola non esce e Veronica, convinta di fare in tempo, chiude anche il suo turno e mi saluta dispiaciuta. Lì mi sono sentita senza madre adottiva, malgrado l'ostetrica fosse ben più giovane di me. Insomma un’odissea, dove nessuna preparazione poteva anticipare l’esperienza avvenuta. Mi sono sentita irrisolta a tal punto da non godermi nemmeno il momento che tutti decantano: Viola appoggiata al petto in sala parto. Solo lacrime.

Mezzora dopo in camera quando si è attaccata ad entrambi i seni, siamo ritornate ad essere madre e figlia come in questi 9 mesi. In mezzo il black out di una giornata. La settimana che si è appena conclusa tra dolori pazzeschi per emorroidi di proporzioni e quantità purtroppo rilevanti, i punti della ferita, gli svenimenti per debolezza e l'ingorgo mammario, è stata una degna prosecuzione del travaglio. E certo che si piange, intanto per il male e poi per il “passaggio corporeo” che cambia per sempre il nostro intimo.



Ogni notte faccio sogni strani che sono chiaramente collegati alla paura, al dramma che mi è rimasto sulla pelle. Scrivere quello che ho vissuto e percepito mi sembra un esorcismo liberatorio. Anche travolgere di qualche bacetto la nostra Viola non mi veniva spontaneo nei primi giorni, mi sentivo intrappolata nel male fisico e anche una sola effusione mi faceva tremare tutto il corpo. La convalescenza è fisica e psichica, ma come dice Sophie non sempre questa seconda dimensione trova cittadinanza d’ascolto. La visita che precede la dipartita dall’ospedale fa il punto dettagliato sul tuo fisico ma il resto compete a te. A rendermi ancora più inadeguata il foglio di dimissione in cui si segnala che la signora ha avuto un parto classificato come SEMPLICE. Certo, la testa c’arriva a comprendere il perché, ci sono parti ben più rischiosi anche se più brevi, ma quel “semplice” ti fa crollare nel mondo dei fantasmi. Non ce l’ho fatta ed era semplice.

Quando guardo gli occhi di mio marito, mentre ripensiamo al travaglio, vedo in lui il desiderio di rassicurarmi che ho dato più di quel che potevo dare e lo ringrazio per questa delicatezza. Arrivano in ogni caso i giorni del pianto, non so quanto durino, so che si piange per niente, si piange per una parola in più, si piange per una parola non detta, si piange per la paura, si piange perché vorresti stare con il dolore intimo ma il dolore fisico ti attanaglia. Eppure se le lacrime scendono (la seconda rottura delle acque, non documentata in cartella, ma abbondante e necessaria), un po’ alla volta passa. Da ieri mi sento già in una sorta di bolla più positiva e le gambe mi reggono in timidi spostamenti fuori dal letto.

Arrivano le effusioni abbondanti senza lacci interiori per Viola, bacetti e altri strusci lenitivi, l’allattamento come una delle forme più alte di sessualità (davvero maestosa!), le confidenze con tuo marito su una casa che non sarà più la stessa e che profuma di pienezza, un tirocinio di coppia quotidiano su come impostare le nuove giornate e le tante riflessioni condivise nei 9 mesi diventano un utile percorso segnato da Pollicino che nemmeno la paura di morire è riuscita a portarsi via.

Sarà come dicono tutte che poi si dimentica. Sinceramente non so se è proprio così, ora mi sembra impossibile, ma non metto limiti alla Provvidenza. L’unica cosa di cui non ho dubbio è che le madri soffrono. Fin da subito. E che la sofferenza non si può tacere. Nell’esprimerla già ritorna il sorriso. Se ne coglie anche l’ombra esagerata che talvolta ci sovrasta senza motivo. A tante donne avevo promesso a poche ore dal parto che a breve mi sarei unita alle imperfezioni che ciascuna mi ha confidato più o meno pubblicamente. E’ andata proprio così, ma ogni ora che passa mi sento anche sempre più vicina a quella maternità piena che avevo percepito in gravidanza. La vita mi sta disarmando e l’imperfezione mi nutre. Con la stessa voracità con cui i figli cercano il capezzolo, noi madri cerchiamo l’ascolto di qualcuno che possa contenere “le luci e le ombre”.

Da anni in questi giorni vivevo sempre la magia e la frenesia della Mostra del Cinema al Lido. Quest’anno nel mio red carpet sfila un’unica star di color violetta, che riesce a fare la cacca sempre tre volte a getto continuo mentre la stai cambiando o morderti il capezzolo e guardarti con le labbra sporche di sangue. Abbastanza pulp e horror da non farmi rimpiangere il presidente di giuriaTarantino. Per il resto è un unico piano sequenza: dorme, dorme e ancora dorme. Sarà vero?

Come mi suggeriva un amico, Viola profuma di biscotto e desidero intingerla nel te della vita.

Sono felice, molto, serena un po’ alla volta.


lunedì 30 agosto 2010

violapensiero n°00


Spesso la nostra idea di felicità è un’esaltazione della giovinezza. Per me la felicità ha più livelli. Non è uno stato euforico, ma è piuttosto accompagnata da questa sensazione: sono proprio nella fase della vita in cui devo essere. Sono al punto giusto come bambino, giovane, marito, moglie, padre, madre. Fa parte di questo processo anche che io mi ritiri al momento giusto. Un altro passo importante è che io faccio posto a quelli che vengono dopo di me, e che affronti la morte.


(B. Hellinger)


01/09/07


Vogliamo dedicare un pensiero a tutti voi che avete accolto il nostro invito a partecipare a queste nozze. Bene arrivati allora! Davanti a questo altare vorremmo provare a dire a tutti voi che siete la nostra vita perché ci sposiamo.


Ci sembra una buona scelta perché in questi anni di fidanzamento siamo stati un argine l’uno per l’altro, un contenimento sano per tanti limiti e fragilità che ci caratterizzano. In tanti casi Mauro mi ha capita dove nemmeno io c’ero riuscita, e viceversa.


Oggi vogliamo dare fiducia a questo bene che abbiamo sperimentato. Sentiamo che nella nostra vita di fede queste nozze sono espressione dell’amore di Dio per noi. Celebrare il sacramento del matrimonio per noi è accogliersi reciprocamente nella semplicità di quello che siamo e scegliere di crescere insieme. Ci auguriamo di imparare a volerci bene sempre meglio e che questa nostra unione diventi feconda nei modi che il Signore ci vorrà donare.


Quando potrete e con semplicità, vi chiediamo di starci vicini in questa promessa di bene che oggi ci facciamo.

(Introduzione e saluto della liturgia di nozze di Arianna e Mauro)



Voglio rubare una metafora ad un amico caro. Quella del trampolino e del tuffatore.

Questo blog in ogni suo post ha avuto un trampolino e un tuffatore (che nei commenti è diventato un sostantivo al plurale, grazie!). Il trampolino ovvero le tante suggestioni raccolte da letture, da uomini e donne pensanti, anche in modi scomodi o diversi dal nostro, ma che male non fanno. Inducono una costruzione del sapere della vita, che aiuta a vivere nella consapevolezza, a fare delle scelte, anche in direzione contraria a quanto letto e meditato. Ma inducono. Un trampolino che attiva un processo, un tuffo nel vuoto ma prima o poi ritorna l’acqua sulla pelle e rivive la gravità, nell’urto saltano teorie e modelli, per poi rivivere nella nuotata sinuosa che di lì a poco seguirà.

Il trampolino e il tuffatore. C’è bisogno di entrambi, c’è lo slancio e poi c’è l’arte e la bellezza che solo ciascuno può imprimere nel suo “volo”.

In questo post di oggi – giornata particolare in cui Viola ha lasciato la perfezione del grembo per l’imperfezione della vita – ho voluto mettere due suggestioni che richiamassero proprio queste due entità vibranti del blog: il trampolino (Hellinger, superlativo) e il tuffatore (gli sposi, oggi – in realtà già da 9 mesi! – genitori).

Ok, da ora si vola, ci si tuffa e chissà quanto durerà questo salto nel vuoto, ma come dice Hellinger è la felicità; l’uomo e la donna che sentono di essere dove dovrebbero essere e che da oggi contano i giorni di vita nel senso contrario. Quanto ci separa dalla morte. Non inorridite, nessuna tragicità in queste parole; se prestate orecchio si sentono campane gioiose. Si davvero, per far posto alla vita, abbiamo fatto un po’ di spazio alla morte. La madre nel parto (alla fin fine una lunga preghiera a Dio nell’apice dell’incarnazione) e la coppia per la vita.

Ed è felicità. E’ compimento.

Oggi come tre anni fa, la frase è la stessa: ora stateci vicino.


Come per le mail dove tentenni qualche secondo, ma poi premi invio e la posta si avvia irrimediabilmente al suo destinatario, così per i post c’è la casella “pubblica”. Beh, oggi la freccina su “pubblica” l’ha sistemata e cliccata Viola. Dopo tanti mesi di chiavetta usb inserita nell’ombelico da cui la mamma le inoltrava i suoi e i vostri pensieri, è entrata anche lei nella fase dell’”invio”.

E’ stata una gravidanza intima (primo trimestre), amicale (secondo trimestre) e pubblica (terzo trimestre). Rifarei tutto nello stesso ordine, senza rimpianti. Il blog rimane aperto. Nessuna esplosione. E rimane con e per quella voglia di comunità che un figlio ti sprigiona in tutto te stesso. Pubblica come comunità.

A presto, non so tra quanto, ma sarà.

 

martedì 10 agosto 2010

violapensiero n°9

“Sembra tutto scontato. Dove partorire? Ma in ospedale, naturalmente. Anche a me la cosa sembrava logica, anzi naturale. E invece durante i nove mesi mi sono informato, ho letto, studiato, parlato con vari medici e mi sono convinto che sia meglio non partorire in ospedale. Anzi evitare proprio ogni tipo di ospedalizzazione, se si può. Sono giunto alla conclusione che il luogo migliore per partorire è la propria casa. Perché bisogna riappropriarsi dell’esperienza del parto, soddisfare il bisogno di intimità. Il parto è un evento che appartiene prima di tutto alla vita della donna. C’è, finalmente dopo tanti secoli bui, una nuova consapevolezza che ha come effetto il desiderio da parte della donna di vivere il parto da protagonista, circondandosi delle persone di cui si fida, conservare un’aura di intimità intorno ad un momento che, dopo tutto, fa parte della sfera sessuale.

Basta con i tabù e le ipocrisie nascoste dentro i testi specialistici. Discernere il parto dall’ambito sessuale è allontanarlo dalla sua vera natura per poi snaturarlo, medicalizzarlo (quante sostanze chimiche vengono fatte prendere alla donna in gravidanza e prima, durante e dopo il parto) e quindi spersonalizzarlo. Come fosse una patologia. Così facendo la vita nasce innaturale e fuorviata. Negli ultimi anni le donne, fortunosamente o fortunatamente, stanno riscoprendo la fiducia nel proprio corpo e nel potere creativo. Che è il potere tout court. Non si vuole più delegare alla medicina un’esperienza che appartiene alla vita e non alla malattia.
Le implicazioni di questa scelta sono diverse e purtroppo anche spiacevoli, perché è un’esperienza che riguarda anche il sociale e il rapporto con gli altri. Perché quando nasce un figlio non solo i due genitori sono coinvolti, ma tutta la comunità. Decidere di partorire in casa in questa società chiusa diventa un fatto politico, un momento di sovversione quanto di eccentricità. In entrambi i casi si è visti male e possono nascere scontri. Dai vostri genitori, al bar dove siete habitué, è possibile che la vostra scelta non venga accettata. Bisogna saper affrontare l’ostilità, spesso frutto dell’ottusità e di convinzioni tanto salde quanto sbagliate. E bisogna farlo con calma e puntiglio.


Ma il parto in casa non è solo questo. Vuol dire che il bambino appena nato non verrà separato dalla madre, che dopo il parto si può godere senza limiti di tempo e di regole il primo incontro con il neonato. C’è poi il lato affettivo e spirituale della nascita, il senso profondo di una nascita nel rispetto della natura.”


Antonio Barocci

Parto di testa – la gravidanza del padre


Super tascabile consigliato a tutti. Una panoramica completa e godibile non solo dalle coppie in attesa. Si lo so, della gravidanza è naturale occuparsene e leggerne solo quanto ti travolge. Questo insolito racconto dei nove mesi è un mix equilibrato di serietà e ironia, che conquista fin dalle primissime pagine dedicate al sesso per poi avanzare senza tregua fino al parto. Barocci è un papà che ha deciso di scrivere la sua sull’essere “incinto” ed effettivamente di cose da dire ne ha. Alcune pagine dedicate alla donna nel frangente ormonale non potevano essere scritte con maggiore aderenza alla realtà dalla donna stessa. E non siamo di fronte ad un uomo avvolto nel misticismo, nella professione pedagogica o nell’ideologia di qualche strana filosofia naturalistica o new age. Barocci è un uomo normale da Champions League, che ha usato i 9 mesi per capire, osservare, comparare, studiare e prendere posizione su molte dimensioni che l’attesa di un bimbo propone.

Il vero colpo di scena segue senza preavviso questo capitolo dedicato al “dove partorire”, che continua con la descrizione di cosa serve in una casa per il parto e in quali situazioni non si mette in pericolo la vita del bambino e della mamma. E’ il capitolo dal titolo “Un parto tipo. O quasi” che è meglio di un film e non mi sono permessa di comprimere in una citazione di poche righe. Una decina di pagine, infuocate di ritmo e suspense, in cui ci rivela che malgrado avessero impiegato nove mesi ad organizzare ed allestire un parto in casa, svariate vicissitudini li porteranno all’ultimo momento a partorire in ospedale e a confrontarsi con tutto quello che avevano cercato di evitare. Una bella sfida o delusione? Entrambe probabilmente. E qui emerge l’uomo dal sangue freddo, il Bertolaso dell’ostetricia, che deve dare fiducia alla moglie spaventata e assolutamente non lucida e al contempo il padre che sta nascendo, che non riesce a trattenere il pianto per la fatica a cui viene sottoposta la moglie, che s’indigna per la poca anima che ritrova in ospedale, che sente le gambe cedere nelle posture del travaglio che vive con Nina (Barbara nella realtà!).

Al termine del libro non esce un uomo perfetto (e chi se n’importa!), ma a tutto tondo, che di questa esperienza femminile tratteggia una versione paterna profonda, simpatica e responsabile. Diversa, “di testa” ovvero di consapevolezza e sensibilità che declina in consigli appassionati (e ogni tanto scurrili, ma ci sta!) agli uomini che lo leggono. Chi ne trae maggior beneficio sono nascostamente le gravide che riflettono su di sé da un nuovo punto di vista delicato e onesto ma non compiacente!

Ritornando al dove partorire – ormai sono tante le donne che scelgono la location della propria casa – mi è piaciuta e sento autentica l’intuizione che il parto è una dinamica sessuale, che completa un atto già iniziato e richiede intimità e spirito di vita. Nessuna malattia e medicalizzazione, se non serve... Ormai sono molto diffusi i percorsi che insegnano ai padri tecniche e posture di accompagnamento e sostegno del parto naturale, non più come un affare solo della madre o uno spettacolo a cui assistere.

Una dinamica a due dove l’ostetrica guida la coppia in un amplesso speciale, eterno che li unirà come roccia. Una capacità fisica che non s’improvvisa e che nasce dallo spirito cercato e coltivato insieme in 9 mesi (e forse anche prima!).  E presumo ne rimanga coinvolta anche la sessualità che seguirà. In bene! Come dice Barocci… e se qualcuno è ostile, avanti dritti con questo fatto politico.

sabato 7 agosto 2010

Violapensiero n°8


Mercé Anglada ha fatto nascere più di diecimila bambini, senza contare i gemelli. Ha cominciato nel 1962, ha finito quest’anno: ostetrica per quarantaquattro anni, ha visto passare dalla sala parto tre generazioni di medici. Non si è mai sposata, non ha avuto figli. «Mi telefonavano gli amici dalla spiaggia, certe sere d’agosto, e io ero lì accanto a una madre con le doglie. Potevo andare? Mi sembrava di no, non potevo lasciarla e dunque non andavo. Ogni tanto, oggi che sono in pensione ripenso alla vita fuori e la vedo scorrere come un film a cui non ho partecipato. Decine di appuntamenti che ho promesso e poi mancato, feste dove pensavo di arrivare magari in ritardo e non arrivavo affatto, viaggi e vacanze da cui ricevo cartoline che dicevano “Manchi solo tu”. A volte è stata dura, un paio di volte durissima. Però il miracolo era qui dentro, in questa stanza. Non ci si abitua mai, è incredibile, ma è proprio così: ogni volta è la prima. Ogni bambino che ho preso per le spalle, per i piedi, per un braccio e che ho tirato dentro questo mondo è stato un po’ anche mio.» […] «Ho imparato a riconoscere quasi subito, per esempio, che quando la madre grida “muoio”, è il momento in cui il bambino nasce.» Partorire è un po’ morire. «Esattamente. Al principio mi spaventavo. Pensavo: muore. E invece succedeva sempre lo stesso, perciò si può davvero concludere questo: la sensazione di morire è quella che coincide con la nascita. Un volta, certo. Quando non esistevano le anestesie. Quando le donne mordevano, graffiavano, ti stringevano fino a buttarti a terra. Ora guardi che calma, non si sente un sussurro. Una volta la prima cosa che chiedevano era: “Maschio o femmina?”. Ora lo sanno già, e sanno anche se sono gemelli. Mi ricordo negli anni Sessanta la faccia che facevano quando dicevi: “Piano che ne arriva un altro”. Qualcuna diceva anche: “Un altro no, per favore”. Poi però andavano a casa felici.» […] L’emozione più grande. «Stavo facendo un’esplorazione di routine ad una donna che aveva iniziato il parto, quando il feto, che aveva il braccio sopra la testa, allunga la mano e mi stringe un dito. Fu uno spavento pazzesco, gridai. Però una cosa stupenda, ancora me la sogno certe notti.» Adesso è tutto molto diverso, tutto più tranquillo. «I familiari che aspettano fuori l’unica cosa che chiedono quando il parto è finito è il peso del bambino. Del resto sanno già tutto. La prima domanda è davvero sempre questa “Quanto pesa?” La cosa che mi colpisce, soprattutto se penso agli inizi è che nessuno chiede mai subito come sta la madre. Nessuno tranne la madre della madre, che sempre – sempre – chiede per prima cosa come sta sua figlia.»





E’ l’alba, il gallo canta sempre come un orologio svizzero. Dopo questo testo compiuto, ho rispetto di aggiungere  poche righe. Sembra una poesia in prosa.

Vorrei affacciarmi dalla finestra per guardare fuori l’immobilità della vita, che caratterizza questi orari insoliti, ma la pancia m’impedisce di riuscirci. Mi intima di stare indietro, quel tanto che non mi consente di vedere verso il basso, ma di tenere sempre e solo lo sguardo verso l’alto. E’ una sensazione strana, ma simbolicamente pregnante.

Una madre anche se percepisce che potrebbe non farcela, pure nel peggiore dei modi… non guarda mai il basso dei suoi piedi, va oltre, l’orizzonte ha sempre la meglio. Forse non lo diciamo, ma sono certa che ognuna di noi medita in cuor suo, che potrebbe anche morire nel dare alla vita eppure non ci spaventa. O almeno per me, e mi auguro non per gli ormoni, la forza della vita che sento andare oltre me stessa, non mi getta nel panico di questa remota ma possibile eventualità.

La citazione viene sempre dal libro di Concita De Gregorio già proposto in occasione del duello Pippi-Pinocchio e dalla sottoscritta ampliato ad Hello Kitty.

Nascere porta con sé anche la morte, lo diceva anche Giovanni nel suo commento al post sui padri.
Morirò? Si, in ogni caso un po’ morirò, nel fisico e nell’anima. E’ un’opportunità. Chissà se il post partum rientra teologicamente nelle forme di risurrezione. Ci parlano solo di depressione. Magari aiuterebbe.

La mia pancia si è abbassata molto, il davanzale su cui poggiavo le braccia comodamente non esiste più, sento che Viola spinge, è incanalata per essere tirata nel mondo da braccia accoglienti. Percepisco che il momento della “bella morte” potrebbe essere sempre, questione di giorni…

L’unico desiderio che mi porto dentro è quello di trovare un’affamata della vita come quest’ostetrica. Un’amica che come Caronte farà con me questo trapasso benefico. Che sarà complice anche con mio marito.

Sono stati 9 mesi di forte medicalizzazione; alcuni approcci li ho detestati con tutta me stessa. La nutrizionista, una donna davvero in gamba, che in questi ultimi 2 mesi mi ha letteralmente liberata da questa modalità di alcuni suoi colleghi tutta protesa alla malattia, l’altro giorno salutandomi mi ha detto: “Sono certa che la tua prossima gravidanza si concluderà con un parto in casa accompagnata prima e durante solo dall’ostetrica”.

Senza essere assoluti e firmare un parto in casa, prima di aver vissuto il primo all’ospedale… però si, se le condizioni di salute lo permettono, riprendiamoci tutta l’anima di vita, senza patemi ospedalieri, che scorre in questa esperienza.

Mercé Anglada è un nome che racchiude come ringraziamento tutti i nomi di donne che sono state capaci o lo sono tuttora di accompagnare nel dare alla vita. Pensando alla “vocazione” dell’ostetrica mi viene in mente ciò che potrebbe essere un prete per le persone, futuristico? Chissà, magari si potrebbe cedere qualche ora di lezione di quelle che si tengono in seminario a donne come Mercé.  Va beh, non ci compete.

mercoledì 21 luglio 2010

Viola Pensiero n° 1

"Paradossalmente, la prima azione volontaria che la mamma può compiere sul suo bambino è di tipo espulsivo: in questo modo, con un forte difficile atto di separazione, la natura chiede un processo iniziato simbolicamente nei nove lunghi mesi di contenimento. Ciò descrive e delinea, fisicamente ed emotivamente il "materno" nella sua interezza: madre è colei che contiene protettivamente, ma che inesorabilmente, con il proprio "maschile" - quella porzione di maschile di cui ormonalmente ed emotivamente è dotata - spinge verso la vita, stacca da sé in un atto di generosa liberazione e donazione, rinunciando a un possesso totale e perenne del bambino. Il "maschile" pone un limite al "femminile": senza questo limite non sarebbe possibile la sopravvivenza. "Maschile" e "femminile" si integrano a proteggere e garantire la vita: sono i fondamenti biologico-affettivi dell'esistere umano."

Ho un debito con la rivista "Noi Genitori & Figli" che mi ha fatto conoscere questo libro di Giuliana Mieli Il bambino non è un elettrodomestico che spero possa incrociare mani di lettrici non solo donne, mani non solo di madri. Tutti siamo stati dei non-elettrodomestici e continuiamo ad esserlo e per promuovere una cultura in tal senso, sarebbe positivo approfondire quali atteggiamenti possiamo mettere in campo concretamente.

Mi piace iniziare i Viola pensiero con questo ritaglio letterario di quanto devo ancora vivere (il parto), perché non mi appartiene rispettare l'ordine di cosa ho provato quando l'ho saputo, quando il seno mi è esploso, quando si è mossa la prima volta, quando ogni mattina vomitavo e poi mi con un sano restauro arrivavo al lavoro come niente fosse e così via. No, troppo ordine.

La filosofa Mieli dice bene all'inizio della citazione: "la prima azione volontaria"... è l'espulsione. Come è vero. Finora 8 mesi di zona franca, una liberazione a livello esperienziale. Senti di aver ceduto il timone che metteva insieme testa, cuore, anima e corpo. Un po' alla volta comprendi che questa ruota è ancora dentro di te, ma è posizionata nella parte dove di solito finivano tutte le emozioni, in particolare quelle più dolorose. E che non sei certo tu a timonare. E non solo fisicamente.

Tra la pancia e l'utero ora c'è una casa e la speranza è che le emozioni forti e taglienti di una vita non l'abbiano resa troppo inospitale. Purtroppo non funziona come gli alberghi che mesi prima si prende la prenotazione del fagiolo che sta arrivando in vacanza, in modo da fare, che ne so..., una bella pulizia stagionale con una terapeuta o anche semplicemente qualche chiaccherata con te stessa in vista del nuovo soggiorno. Ecco, magari. Se hai trattato bene la tua pancia, meglio così... altrimenti la pulizia si farà in gravidanza, ma quanti fazzoletti. La strepitosa scoperta è che tutto si fa. E che ci sono tante scale da salire ma tutte con il corrimano: non siamo sole. Anche semplicemente il libro giusto (e non per fare le pappe...) può aprire scorci che ci accompagnano ad ospitare al meglio l'umanità che non avremmo mai immaginato.

Io non avevo l'albergo pulito pulito, anzi c'erano proprio dei sentimenti ed emozioni ben sedimentati che mi facevano soffrire e che in gravidanza si sono acutizzati, ma proprio il sentirmi in mare aperto, tra le onde di una navigazione che non stavo governando mi ha aiutato a smascherare questi fantasmi, a trovare le risorse, il tempo e lo spazio per espellere da me questo sporco.

Non è una pulizia perfetta, ogni tanto ricompaiono le ragnatele, ma niente di che. Insomma il parto inizia fin dal primo giorno di gravidanza. Giorno per giorno ti ritrovi a staccare da te, a spingere fuori quanto potrebbe impedire il vero travaglio. Il passato va preso in mano: nove mesi non sono pochi e di tempo per rimettersi in ordine ce n'è. Ho come la sensazione che in sala parto si celebreranno una nascita e una rinascita.

Ti ritrovi a ringraziare il fiore che stai crescendo per motivi completamente diversi da quelli che avresti immaginato e che nessuna pubblicità della Prenatal, Chicco, del Mulino che vorrei o ogni altra stucchevole operazione commerciale ti potrebbe suggerire. Per averti ripulita. Per averti regalato un tempo in cui davvero la spina è stata staccata (eppure fai tutto lo stesso, le responsabilità della vita non vengono meno) e il black out ha ridato luce alle zone d'ombra. Il fagiolo che lentamente prende forma fa anche questo, ma la mamma deve spingere e a quanto pare molto prima della sala parto. Ed è sempre quel tratto "maschile" caro alla scrittrice che ci aiuta e ci appartiene e a cui possiamo volere bene anche se punge, anche se meno rotondo. Una donna vivrebbe con la pancia a vita, le si confà, ma il maschile che non le manca le offre la grinta per stringere i denti e buttare fuori. La fa respirare.

Sono certa che anche per i padri (e non solo) si pongono delle opportunità in gravidanza, ma non per poca attenzione a mio marito, mi piacerebbe che fosse lui o altri che vorranno unirsi a queste chiaccherate, a mettere le parole vere di questa loro esperienza. O anche no... non siamo elettrodomestici a comando.

A proposito di non governo, dopo l'ennesima notte insonne ora gli occhi mi si chiudono e per fortuna questa mattina non ci sono visite, incombenze di lavoro e così via... e godo dell'essere naufraga di un timone che lascio volentieri a Viola. Senza sensi di colpa.

A chi è arrivato in coda alla narrazione, grazie di essere stato con noi due.