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mercoledì 18 agosto 2010

violapensiero n°13



Il bambino immaginario



Fantasie, sogni, desideri: è attraverso l’immaginazione che la figura del figlio inizia a prendere forma, nella mente della madre, durante la gravidanza. Ed è questo «bambino immaginario» che ogni donna comincia ad amare, a sentire suo, nel periodo dell’attesa. E il padre? Come immagina il proprio figlio?


Sia la madre che il padre intrecciano fantasie attorno al bambino che verrà, ancora tutto da inventare: un processo molto importante per diventare genitori. Si prepara così non solo la culla, il corredo, la stanza. Ma anche uno spazio mentale, affettivo, dove accogliere l’ospite. Tuttavia sono molto diversi i modi in cui il «bambino immaginario» irrompe nella fantasia e nei sogni dei futuri genitori.


L’uomo immagina di solito un bambino reale, già nato e magari un po’ cresciuto, un trottolino con le scarpe ai piedi, pronto a seguirlo nelle sue attività. Pensa di giocare con lui, di tenerlo vicino mentre si dedica al bricolage, o a qualche altro hobby. Oppure di portarlo con sé allo stadio, in montagna, in barca, a pescare in riva ad un fiume… Prima ancora che nasca, proietta già il figlio in una realtà futura, dai contorni precisi, come i comportamenti e le azioni che lo legheranno al bambino. E’ quindi un modo già molto attivo, concreto di immaginare il figlio e la relazione con lui, basato sul «fare insieme».


La donna invece tende ad immaginare il bambino ancora come parte di se stessa, all’interno del suo corpo e della sua mente. Lo nutre di fantasie mutevoli, in gran parte inconsce, che si riallacciano alla sua stessa infanzia e ai suoi sogni di bambina, quando fantasticava un figlio per sé giocando alle bambole. E’ il bambino del sogno, «il bambino della notte», sedimentato nell’inconscio femminile che riemerge in gravidanza: e proprio per questo le fantasie sono così mutevoli e illimitate. Per la donna il bambino immaginario può essere «tutto»: biondo o bruno, con gli occhi azzurri o castani, maschio o femmina… E, se lo immagina già nato, è un bambino ancora molto piccolo, da tenere racchiuso fra le braccia, da nutrire, coprire, riscaldare, coccolare.


Questa diversità nell’immaginare il futuro bambino rispecchia già in gravidanza un diverso atteggiamento, maschile e femminile, paterno e materno, verso il figlio. Da un lato la madre si accinge a proteggerlo, nutrirlo affettivamente e fisicamente. Dall’altro il padre si prepara invece ad incrementare la sua autonomia, la sua voglia di crescere.”

Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin, A piccoli passi

La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni



Oh si, mentre attorno a noi amici e parenti si stanno godendo le ultime briciole di vacanze e di estate, io e mio marito ci stiamo godendo gli ultimi sgoccioli del nostro “bambino immaginario”, che è un po’ come un autobus verso la fine della corsa, sempre più sgombro ma vissuto. E' un epilogo per tutti: il nostro un po’ meno viaggiante di chi c’è attorno, anzi proprio ancorato all’attesa della rottura delle acque e alla vicinanza dell’ospedale. Eppure con la fantasia abbiamo a dir poco vagato.

E’ sempre disarmante ritrovarsi descritti al millimetro in un testo; ci si sente piccoli e prevedibili, ma anche in compagnia. A piccoli passi è un libro che consiglio e che ti fa provare più volte questa sensazione. Non è proprio breve, ma è agile e ben scritto. In formula di intervista attraversa, proprio come i piccoli passi del bambino, i più svariati argomenti destrutturandoli da vari punti di vista. La psicologa e scrittrice Vegetti Finzi è equilibrata e ha la capacità di raccontare cose complesse con parole semplici. Un’arte.



Mio marito riesce ad immaginare Viola anche fisicamente. Io che ce l’ho in pancia da 9 mesi non riesco a vederla. Quantomeno sembra un po’assurdo. Nella madre vige il primato del sentire; la fisicità ospitata così a lungo dentro di sé determina un’immaginazione molto più emotiva, legata proprio al prendersi cura, una dinamica che per rappresentarsi nel nostro immaginario non ha bisogno di un volto. Le ultime ecografie (fatte più per zelo dei medici, che per reale necessità) le ho vissute con trepidazione al minimo storico, vedere Viola era secondario e poco emozionante. Il vero spettacolo era sentirla dalla mattina alla sera gongolarsi nella sua piscina.

Il papà è proiettato verso il bambino adulto; la mamma verso il neonato indifeso che cercherà subito il suo petto. E con la speranza sempre inquieta di essere all’altezza della situazione. La madre è più primitiva e animalesca e parlare di modelli educativi, nei limiti del possibile e senza rigidità, prima della nascita è quasi più semplice per il padre che non per la madre. E se guardo come entrambi ci relazioniamo con i figli di amici, rivedo questa dualità sia nei dialoghi sia negli atteggiamenti che mettiamo in campo.

Lo stare insieme, accompagnarsi e scambiarsi in coppia anche queste fantasie diventa l’occasione per intrecciare ancora una volta il maschile e il femminile. Ho bisogno di capire cosa immagina mio marito, di conoscerlo in questo nuovo percorso e di sfrondare lo straniero che alberga in una primissima gravidanza. Mi spaventa che ognuno diventi genitore per conto suo e Viola allo sbarco si ritrovi due isole sconnesse tra loro. Ancor più ho bisogno di cibarmi della concretezza con cui Mauro illustra la fiaba della nostra bambina. E sento che lui ha bisogno delle immagini simboliche con cui sto arrivando passo passo al “download” di Viola. Così qualcuno simpaticamente via mail mi definiva il parto.

Ce ne sono di cose da confidarsi in coppia durante una gravidanza. Al contempo, a parere mio, ce ne sono anche da fare, concretamente forse anche più dell’organizzare un matrimonio. Quelle del matrimonio le sai fare, queste sono tutte nuove… Ecco su poche altre cose mi sento di dare consigli, ma su questo un po’ si, perché sento che la nostra esperienza è stata positiva e lieta. Sul fare lasciatevi aiutare – o chiedete aiuto, se non arriva – e non lasciate che il dover adempiere e preparare tante cose vi rubi l’immaginario e la sua condivisione. Anche per immaginare il proprio bambino c’è bisogno di meditazione, di silenzio, di tempo per sé, di riposo e così pure per raccontarselo tra madre e padre.

Anche i nonni hanno bisogno di partecipare a questa vicenda di gioia e di umanità, ma possono vivere il fronte “fare” con maggiore intensità, perché portandoci alla luce hanno già attraversato questo immaginario e possono lasciarci tranquilli a viverlo con la giusta densità (e calma!). Concretamente faccio degli esempi che forse vi sembreranno banali, ma tante volte sono mamma e papà che si ritrovano a dover pensare a tutto e nel frattempo volano via i 9 mesi.

I miei suoceri hanno risistemato il mio lettino di 34 anni fa, creato lenzuola, paracolpi, trapuntina, riduttore al posto della culla… sistemato il fasciatoio per riuscire a starci in appartamento con tutti questi nuovi oggetti sempre molto grandi… la mia mamma ha cucito le camicie da notte per l’allattamento e le vestaglie, ha lavato tutti i vestitini per l’ingresso di Viola nel mondo e così via. Ora stanno preparando un po’ di cose buone da lasciarci per le prime due settimane dal rientro dall’ospedale, così da poterci concentrare sulle primissime azioni e emozioni con Viola senza troppe ansie o incombenze.


Al di là delle cose artistiche che ciascuno ha confezionato con le sue mani, che fanno concorrenza alle cose da sogno che ti propongono nelle riviste e del risparmio notevole ed essenziale acconsentito, ancor più hanno potuto desiderare e amare Viola predisponendo il nido di paglia, lasciando a noi lo spazio e il tempo per dedicarci a quella culla impalpabile dell’interiorità. Ci hanno lasciato il bambino immaginario. Beh, grazie!

Mia suocera mi dice sempre “spero di non essere stata invadente” nel preparare queste cose; io continuo a rassicurarla e senza sensi di colpa le ammetto che oltre ad aver creato cose bellissime, mi ha fatto un favore, perché la mia e nostra priorità era fare spazio a Viola non in appartamento (aspetto comunque essenziale!), ma nella casa più intima mia personale e di coppia dove spostare e mettere a soqquadro, fare qualche piccolo trasloco di stanza non è sempre così veloce e indolore. Viola ha bisogno di entrambi i nidi e le famiglie sono di più generazioni, forse, per assicurare che nessuna di queste culle manchi all’appello.

Si, questo è davvero un consiglio, senza presunzione, ma ghiotto della serenità che ci è rimasta addosso nel dedicarci al bambino della notte e dello stadio e dell’affetto di chi ci ha aiutato concretamente. Forse anche questo blog è l’espressione dell’immaginario e del simbolico che Viola porta con sé e dell’aiuto che non c’è stato negato. Aiuto che è diventato pensiero. Pensiero che è evoluto in condivisione. Una bella conversione!

domenica 15 agosto 2010

violapensiero n°12

Un medico parla con franchezza. (sull’EVN - educazione al vasino per neonati)



Non sono venuta a sapere di questo metodo di educazione al vasino in tempo per poterlo usare con le mie prime due bambine. Da medico quale sono, non avevo mai dato la minima importanza a questo genere di cose. Anche durante i miei numerosi viaggi all’estero non ero mai venuta a conoscenza di questo metodo. E’ una di quelle cose che non entrano nella coscienza fin quando non si diventa genitori. Inoltre, all’università ci hanno insegnato che è fisicamente impossibile educare un neonato alla gestione dei bisogni fisiologici, e questo è ciò che poi noi raccontiamo ai nostri pazienti. Così, la possibilità di un’educazione precoce al vasino mi ha colto veramente di sorpresa. […]


Di certo l’educazione al vasino in età precoce è impegnativa. Provando a fare un calcolo giornaliero, alcuni giorni dedico fino a un’ora all’addestramento al vasino. E’ un aspetto su cui riflettere: qui in Occidente siamo troppo indaffarati, troppo distratti da mille cose da fare. Io penso che in un modo o nell’altro, dobbiamo fare i conti col sederino dei nostri bambini. Possiamo farlo nel modo giusto sin dai primi mesi di vita, o possiamo posticipare il processo rieducando il bambino più tardi, ma questo può comportare difficoltà maggiori. Non possiamo cambiare questo schema a meno che non abbiamo realmente la volontà di cambiare. E’ una decisione individuale della madre. Non mi sento a disagio se qualcuno ammette onestamente di essere troppo indaffarato per applicare questo metodo. Sono convinta che se i genitori fossero realmente consapevoli dell’impatto ambientale e dei danni potenziali causati ai bambini dal fatto di rimanere a lungo in pannolini bagnati od esposti ad agenti chimici come la diossina, sarebbero più motivati a sperimentare l’educazione al vasino in età precoce. Come medico, se vedo una mamma il cui bambino presenta irritazioni cutanee da pannolino, posso pungolarla un po’, raccomandandole di tenere il bambino in un tessuto o lasciarlo all’aria aperta o che provi qualcosa di nuovo come l’uso precoce del vasino. In ogni caso ci deve essere una motivazione, per cambiare comportamento nella nostra società non è facile mutare le abitudini. I pannolini usa e getta sono semplicemente troppo comodi… ma a che prezzo! […]


La medicina occidentale insegna che, dal punto di vista neurologico, non è possibile l’educazione al vasino nella prima infanzia. Non so da dove venga questa idea. Sembra trattarsi semplicemente di nozioni trasmesse da una persona all’altra a partire dall’esperienza pratica. Non mi è mai capitato di imbattermi in studi approfonditi sulla materia. I profani non si rendono conto di quanta parte della medicina convenzionale poggi le sue basi su fonti che non sono altro che “il sentito dire”. […] L’idea corrente che porta a ritardare l’addestramento al vasino ai 15 mesi ed oltre per la presunta immaturità neurologica da questo punto di vista è infondata, data l’abbondanza di prove contrarie contenute in numerosi resoconti provenienti da altri paesi. A chi vi sentite di dare più credito, a milioni di neonati asciutti di 6-9 mesi di età o ai cosiddetti esperti? […] Un altro fattore che ostacola la diffusione dell’ EVN negli Stati Uniti e in Europa è il consumismo. Troppo spesso i medici costituiscono involontariamente la testa di ponte di specifici interessi commerciali: farmaci, alimenti per la prima infanzia, pannolini usa e getta. Sono pienamente consapevole che buona parte di quello che so in fatto di prescrizione di medicinali mi sia stato passato dai rappresentanti di ditte farmaceutiche, i cosiddetti “informatori scientifici” che hanno un prodotto da vendere. I produttori di pannolini usa e getta hanno tutto da perdere dai medici che incoraggiano l’EVN o l’impiego di pannolini in tessuto.


Sin dai primi giorni di vita, gli ospedali forniscono pannolini usa e getta, con la giustificazione che sono più igienici di quelli in tessuto, ma tutti i medici sanno che la diffusione dei germi è da attribuire in primo luogo a coloro che si prendono cura del bambino, il tipo di pannolino utilizzato c’entra poco. E’ molto difficile entrare nella torre d’avorio della medicina convenzionale ed è una grande sfida quella di cambiare il modo in cui i medici ricevono l’informazione. […] Le menti si stanno aprendo perché sempre più pazienti richiedono un approccio olistico alla salute. […] E’ un processo lento quello che porterà all’estinzione di alcuni dei vecchi paradigmi. Spero non sia necessario attendere un ulteriore aggravamento delle condizioni ambientali a causa del nostro stile di vita. Man mano che cresce lo scambio tra culture diverse, aumenta la richiesta di informazione da parte dei pazienti e i medici stessi diventano più ricettivi. E’ una rivoluzione che deve avvenire.”

Laurie Boucke, Senza pannolino

Come educare al vasino sin dai primi mesi di vita



La testimonianza – scusate la lunghezza, ma meritava – di questa dottoressa americana è ancora del 2000 e si trova nell’appendice del libro edito nel 2006 da Aam Terra Nuova (una collana che vi aiuta a pensare – e gestire, nessuno si offenda di questo verbo - il vostro bimbo ecologico) che accompagna passo passo all’educazione precoce al vasino. Per i dettagli tecnici dell’addestramento (anche qui i più “poetici” non si spaventino di tali termini, che sono usati per dare il senso quotidiano e operativo della pratica che attende i genitori) potete consultare anche il sito http://www.evassist.it/sitenew/ - crescere senza pannolino. In realtà si tratta di una pratica che oltre a determinare un minore – ma tanto! – impatto ambientale e attivare un processo d’indipendenza del bambino fin dalla nascita, crea una complicità e una comunicazione tra il neonato e i genitori davvero stupefacente e si, anche poetica in questo caso. Eppur si tratta di cacca e pipi. Ma De Andrè ci aveva già avvisato!

Come tutte le conquiste potete già immaginare che il percorso non è indolore, ma la posta in gioco è ancora più alta dei popolini su cui ci siamo già intrattenuti. Ambiente, persona e relazione mi sembrano le tre dimensioni che ne escono rafforzate. E forse in modo più sensato di quanto ci proponga ogni tanto il ministro Brunetta in occasione delle sue riflessioni sui “bamboccioni”. Ecco, i neonati per comodità (mi tiro dentro, siamo tutti complici di questo stile di vita) li trattiamo da bamboccioni, perché li educhiamo per anni a farsela addosso e poi gli chiediamo di fare retromarcia e di provare a perdere questa abitudine, che noi gli abbiamo incollato giorno per giorno al sederino.

Per esempio, ma si potrebbero citare altre aziende, a nessuno di noi viene in mente di denunciare la Pampers perché nel suo marketing ci incita a seguire la scala di P-R-O-G-R-E-S-S-I (ma per chi? Per il bilancio aziendale, non sicuramente per il bambino incontinente!) Se avete dei dubbi http://www.pampers.it/prodotti/prodotti_progressi.php e in ogni caso nel loro slogan è pure ammesso nero su bianco. Recita così: Nasce____Cresce____Corre!! Il corre prevede la taglia “extralarge” per un peso di 16 kg (toto età? I forum dicono che siamo tra i 2 e 3 anni!) e tanto per fare un po’ di sano teleforum sulla pubblicità analizziamo anche la frase che accompagna questa taglia:

“Crescendo, il tuo bambino si trasforma in un piccolo adulto: desidera indossare la sua prima mutandina, anche se ha ancora bisogno dell'assorbenza del pannolino. Per questo, Progressi ha inserito due nuove taglie (5+, 6) con un prodotto super sgambato come una mutandina, ma con il maggior potere assorbente di Pampers, per contenere anche pipì da campioni.”

Siamo intelligenti: non servono commenti, se non specificare che ci trattano da rimbambiti.

Sempre la dottoressa americana aggiungeva che se i bambini “si educano sin dalla nascita al vasino, impareranno che nella vita vivere è molto più che stare seduti in un pannolino.” Allora, il ministro Brunetta oltre ad esternare pareri su universitari e trentenni a casa con mamma e papà, dovrebbe avere anche un incontro ravvicinato con i responsabili aziendali Pampers e legiferare sulle pipì da campioni. Proponiamoglielo nel blog http://www.renatobrunetta.it/.

Tranne l’occidente più opulento, il resto del mondo fa uso di questa pratica, ognuno con le sue specificità culturali. Sarà proprio vero che la ricchezza genera progresso? Nel libro Senza pannolino sempre in appendice vengono fornite indicazioni sui paesi che utilizzano EVN per eventuali scambi (nell’era globale!) sul come riuscire nell’addestramento. Alla fin fine è una bella parola, mi piace. E’ usata in modo non violento, assolutamente non militare che apre alla pace (dei sensi del culetto). Beh, per l’Europa sono indicate solo Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania, Russia, Turchia. Ah, ma allora non portano solo clandestini e criminalità… potremmo anche imparare??!! Questo potremmo scriverlo ad un partito, ma mi fermo qui, perché oggi divento troppo politica e faziosa. Purtroppo loro da noi invece imparano la comodità e perdono per strada la forza delle loro pratiche educative. Dio benessere!

Veniamo alla nostra famiglia, altrimenti è facile fare l’omelia domenicale (oggi ci sta proprio!).

A 15 giorni dalla data presunta del parto, non posso sapere se io e Mauro saremo in grado di farcela, ma so che vogliamo provare l’addestramento! In casa per il rientro dall’ospedale per non trovarci sommersi dalla pipi ancora inesperti abbiamo sia dei prototipi di popolini, come raccontavo tempo fa, sia una confezione di Pampers progressi n. 1. Ma anche due V-A-S-I-N-I. (Mentre li compravamo ancora con il pancione, tutti infatti mi guardavano strana. Effettivamente siamo in anticipo per la cultura italiana). E altri due acquistati sempre all’Ikea (e siamo a quota 4 per 6 euro, un costo accessibile che si può ammortizzare con altri figli) sono già stati consegnati nelle case dei nonni paterni e materni per eventuali soggiorni. Mentre li compravamo mio marito mi ha pure suggerito di prenderli tutti VERDI (e non di più colori come stavo facendo creativamente al femminile), così da non confondere Viola. In quel momento ho percepito che siamo una famiglia! Forse tra breve sarà più puzzolente di quella del Mulino che vorrei, ma una famiglia. Sono le piccole intuizioni che ti dicono che stai camminando insieme.

Io non ho mai cambiato pannolini in vita mia, ma desidero che questa verginità sia l’occasione non per farmi dire dall’amato prossimo che non si tira mai indietro nel giudicarti “fai presto tu a parlare, prova prima!”. Una pacca sulla spalla di incoraggiamento, no? Si provo, ma voglio provare tutte le strade che ho a disposizione e in primis quelle che non distruggono il creato. Ed eventualmente ammettere che non ci siamo riusciti, ma che abbiamo provato.

Il libro forse è difficile da reggere a livello di nausea: 200 pagine di pipi e cacca illustrate in varie modalità di evacuazione, mettono a dura prova tutti, ma in realtà è un testo molto equilibrato che aiuta i genitori a non sentirsi frustrati se non ci riescono, a non essere integralisti con il bambino, a conservare delicatezza e flessibilità e a non fare gare con figli precedenti o con figli di altri.

Forse queste pratiche ci renderanno meno efficienti al lavoro, meno brillanti, meno belli e rampanti, con le culle meno fashion, con i tappeti trendy rovinati dalla pipi?? Dai, un prezzo accettabile, se possiamo contribuire a non vedere gli scenari da fantascienza che la tv sta mandando in onda questa estate da ogni parte del mondo. E da esperta di cinema, vi assicuro che la Russia così non l’avevamo ancora vista in nessun film americano post guerra fredda!

Oggi è il giorno del Magnificat, l’Assunta l’alleanza tra cielo e terra. Se vogliamo unirci al cielo, intanto riprendiamoci la terra.

p.s. parliamone!

venerdì 13 agosto 2010

violapensiero n°11



“Viola ha sei anni, i capelli biondi con la frangetta zig zag. Gliela taglia la mamma con le forbici, perché non ha mai tempo di portarla dal parrucchiere. – Non voglio tagliare la frangetta – dice sempre Viola alla mamma. Viola vorrebbe che i capelli le coprissero gli occhi e il viso, perché è una bambina molto timida e vorrebbe sempre nascondersi. – Come sarebbe bello essere invisibili – pensa Viola quando è in mezzo agli altri – Vorrei essere un piccolo camaleonte e cambiare colore – Invece il suo colore è sempre lo stesso: ROSSO che più ROSSO non si può.”


Lorenza Farina con illustrazioni di Marina Marcolin

Viola non è Rossa



Qualche settimana fa sono stata rapita in libreria da questo libro illustrato, una sorta di primo regalo per mia figlia Viola. Vi ho donato l’incipit, ma per rispetto degli autori mi sono fermata qui. La storia merita di essere letta accompagnata dal corpo delle illustrazioni con cui è nata. Questo libro è consigliato in internet dagli 8 anni in su; spero di “somministrarlo” a Viola un po’ prima... magari al posto dell’ennesimo antibiotico. Parentesi: per chi fosse appassionato come me di illustrazioni e altri prodotti letterari per ragazzi, consiglio vivamente la Lovat di Padova Est. E’ ben fornita e l’area per bambini non è compressa logisticamente come nelle altre librerie. Un segnale di attenzione al mondo dal basso.

Gli acquerelli di Marina Marcolin (http://www.marinamarcolin.blogspot.com/) sono straordinari, tolgono il fiato. Se ci guardiamo attorno, dove adulti e bambini vivono senza paura l’esibizione mediatica, il testo della storia a cura di Lorenza Farina dedicato alla timidezza potrebbe sembrare anacronistico. Eppure questi bambini ci sono stati. Alcuni di noi hanno attraversato questi sentimenti difficili e bui. E ci sono ancora.

L’estate è un osservatorio di convivenza privilegiato, che dona scoperte e insolite consapevolezze sui minori: sempre un amico prete di ritorno da un camposcuola mi raccontava come una bambina avesse colto l’occasione della confessione per liberarsi e narrare di come si sentisse un bersaglio dei compagni di scuola per alcuni aspetti e di quanto ne soffrisse. E’ rincuorante che la bambina abbia sentito la necessità e al contempo abbia trovato il coraggio, di raccontare queste intime vicende ad un adulto e che attraverso di lui abbia recepito alcune modalità con cui provare ad attraversare "il tunnel", che a quell’età sappiamo sembrare infinito e carico di fantasmi.



Anche nella storia di Viola non è rossa i compagni di classe sono un tormento infernale. Per Viola e per la nuova compagna con la frangia lunghissima, Nerina, che presa di mira al contrario impallidisce. “Nell’allegro frastuono” della classe talvolta si compiono delle violenze incomprensibili agli occhi degli adulti.  Per Viola l’arrivo di Nerina sarà il passepartout amicale per superare il disagio e l’esclusione. La storia si gioca con intelligenza sul linguaggio della pelle e porta ad osservare le persone nella sfera del non verbale, dove le maschere del linguaggio parlato non hanno cittadinanza. Nella nostra società la diversità  è una disabilità e Viola e Nerina simpatizzano proprio a partire da questo limite epidermico che le accomuna.

Il pensiero di oggi è breve e con semplicità raccoglie  il desiderio di adulta e madre di riuscire a decifrare con gli occhi del cuore quando un bambino e una bambina - non obbligatoriamente nostri! - s’infilano in tunnel del genere e poter far loro compagnia per la durata "chilometrica" di questa ferita che li renderà grandi e sensibili. E fare compagnia anche ai tanti “Gigi” della storia che si ergono a capofila tra i compagni del tormento violento della presa in giro. Anche in questi piccoli bulli c’è una ferita, forse ancora più difficile da stanare.

Timidamente, sogno un gruppo di adulti che spegne altre attività per cinque minuti e insieme ascolta la storia di Viola non è rossa. Ne usciremmo cambiati. In meglio.


mercoledì 11 agosto 2010

violapensiero n°10

“Il vero problema, però, è che spesso i genitori non si rendono conto che il comportamento dei figli è frutto di una loro scelta, e può capitare che si verifichi quella che io chiamo un’”educazione involontaria”. Non si fermano a ripensare all’andamento delle prime settimane per decidere se è davvero questo che vogliono, oppure non sono coscienti di quanto il loro atteggiamento possa influenzare le modalità di relazione con il bambino. Non cominciano da subito a comportarsi nella maniera in cui intendono procedere.



A essere sinceri, di solito sono gli adulti, e non i bambini, a innescare situazioni difficili. In quanto genitori, siete voi a dover prendere l’iniziativa: dopo tutto ne sapete certo più di vostro figlio! A dispetto del fatto che i neonati vengono al mondo con un temperamento assolutamente unico, il comportamento dei genitori può fare la differenza. Ho visto bambini “angelici” e “da manuale” trasformarsi in piccole pesti perché confusi dallo scompiglio e dall’agitazione. A prescindere dalla tipologia del vostro bambino, ricordate che siete voi a determinare quali abitudini svilupperà.


Anche il pensare a una propria routine può essere molto utile. Cosa vi succede quando la vostra giornata è sconvolta da un evento inaspettato o un ostacolo alle solite abitudini? Diventate irritabili e vi sentite frustrati, e magari perdete perfino la calma, cosa che può influire negativamente sull’appetito e sulla qualità del riposo. Il vostro neonato non è diverso, tranne che non può stabilire da solo una routine: siete voi a doverlo fare per lui. Se saprete stabilire un programma sensato che il bambino è in grado di seguire, lui si sentirà più sicuro e voi sarete meno travolti dagli eventi.”

Tracy Hogg con Melinda Blau

Il linguaggio segreto dei neonati



Nei primi mesi della gravidanza mi sono concessa letture che avessero per tema ciò che mi stava capitando dalla prospettiva psicologica. Non riuscivo a tenere tra le mani pubblicazioni sul modello educativo da mettere in essere. Percepivo che dovevo pensare ancora un po’ a me stessa senza sensi di colpa, ascoltare la trasformazione interiore, prima ancora che fisica, che si stava facendo spazio e che questa era la condizione necessaria per riuscire a prendermi cura della creatura che avrei messo nel mondo. Niente di assoluto, solo la strada che andava bene per me e che magari ad un’altra donna poteva stare stretta.

Poi è venuto il tempo di leggere qualcosa per capire dove andava a parare il fisico e di comprendere qualcosa di più di tanti aspetti biologici miei e del feto. Un tempo intermedio, una sorta di cuscinetto “anatomico” tra gli aspetti dell’anima della madre che iniziava a dischiudersi e l’ultima fase dedicata alle riflessioni educative tout court. In queste prime due fasi non ho mai chiesto a mio marito di leggersi i libri, che mi bevevo nelle pause tra un lavoro e l’altro. Mi sembrava una forzatura: se non ne sentiva il bisogno, dovevo rispettare questa diversità. Se c’era qualcosa che mi colpiva e che ritenevo di doverlo condividere, mi prendevo il tempo per raccontarglielo con la mia solita enfasi da presentatrice di cineforum e il suo solito disappunto. Del tipo: “con me non serve, puoi raccontarmelo in semplicità”. Deformazione.

Adesso, “a poche ore” dalla nascita, ci stiamo confrontando sul modello educativo che riteniamo significativo per crescere Viola. A monte tante domande: “A che persona stiamo pensando? Che donna? Che progetto umano per lei che progressivamente la lasci libera di farlo suo e/o di trasformarlo come crede?”. Provare a dare risposta a queste domande ci libera dalla scelta di un modello unico e ci rende curiosi di comprendere le varie declinazioni pedagogiche possibili e di intrecciarle tra loro senza essere succubi di una teoria lontana dalla persona che avremo tra le braccia. In questo caso continuo a raccontare a mio marito le varie “filosofie” educative – e relative azioni concrete – che intercetto tra una lettura e l’altra, ma dove colgo che c’è l’opportunità di pescare intuizioni, consigli e buone prassi gli chiedono di leggere e di provare a dirci se ci ritroviamo insieme in queste modalità oppure no. Insomma qui sento che è giusto forzare e che la diversità viene dopo. A volte mi guarda come se avessi un treno che parte a fine mese e che bisogna riuscire a dirsi tutto prima di salirci. Non proprio, ma la sensazione ha un fondo di verità.

Leggendo le diverse proposte educative e relativi pro e contro, ho intercettato un elemento comune su cui per magia concordano: i primi tre mesi, ma fin dal primo giorno di rientro dall’ospedale, sono i più proficui per attivarsi e mettere in pratica le dinamiche prescelte, ovviamente sempre in relazione alla persona unica verso cui le si pensa. Senza accenti fordisti! Non che dopo non si possa - anzi le scuole genitori che proliferano ovunque sembrano chiamarci in causa solo da certe età in poi - ma lasciando che i primi mesi scorrano come viene… si incorre in quell’educazione involontaria di cui parla Tracy Hogg e che non è meno efficace di quella scelta. Bisogna vedere se gli effetti portano alla persona che ci siamo raccontati nel progetto di crescita che dicevamo pocanzi.

Ammetto che mi inquieta che questi mesi prioritari corrispondano con il periodo che tutti gli amici ti descrivono come il più intenso fisicamente, quello in cui la madre è stordita, possibile di depressione e al tempo stesso protesa a dare tutta la linfa biologica e spirituale che ha in corpo (sua maestà la tetta!). In mezzo a questo marasma l’impossibilità di dialogare con tranquillità con tuo marito e fare due conti sul da farsi. Si, ecco per questo mi sento al binario del treno e colgo questo tempo come propizio per dirsi dove vogliamo andare con nostra figlia. Niente di trascendentale, il tutto si risolve semplicemente in un’amabile chiacchierata a due in osteria con il fresco di questo agosto fatto apposta per le gravide. Ci sono argomenti che meritano di chiudere i fornelli di casa: chi ci conosce, sa che i nostri sono sempre ghiottamente sotto stress!!!

Come sempre l’obiettivo che ti dai con questi confronti è essenziale, ma il processo che si scatena in coppia non è da meno. Non solo perché è davvero corretto che su questo ci sia una scelta e un’azione di coppia, ma anche per lo stupore che l’altro ti regala. Abbiamo letto lo stesso libro, ma già nel confronto sembrano due libri e ora si apre una sfida: il nostro libro, il nostro modello, le nostre flessibilità, le nostre eccezioni e così via.

C’è un pensiero che però mi frulla in testa, e nel cuore, e di cui parlavamo proprio di recente con tre preti (rappresentativi di tutto lo stivale, per dire che è più di un fatto locale!) a cena da noi. Si sa, io e Mauro siamo "portatori umili" di una fede e una partecipazione ecclesiale che vorremmo (non so bene con che risultati) orientassero anche le nostre scelte e le nostre giornate. Con tutti i limiti, le fragilità e le fatiche del caso, ma ci proviamo come possiamo. E’sotto gli occhi di tutti quanto la Chiesa documenti, verbalizzi, promuova, si dia anche alla guerriglia poco piacevole (in alcuni casi!) in onore della vita fin dal concepimento. Avete capito di cosa parlo. Quando inizia. Quando finisce. A difesa della vita nella sua più larga estensione. Percepisco, percepiamo (penso al trittico di preti con cui ne parlavamo) che c’è interesse a difendere quando la vita è in pericolo, ben venga!, ma quando non è in pericolo, ma si sta già compiendo secondo ciò che la chiesa stessa pensa (parlo di 9 mesi, non uno...) ecco che ti ritrovi in un silenzio e un’assenza totale di qual si voglia progetto o azione pastorale di accompagnamento per i genitori (sposati o meno). Eppure per pedagogisti ed esperti quei 9 mesi sono un tempo più che fecondo di scelte e di progettualità.

Ci sarà un intreccio armonioso tra la persona che vogliamo provare a crescere, il modello educativo che ci può aiutare e la spiritualità che regna in questa casa famiglia? Certo poi arriva il battesimo e il percorso che lo precede. E chi negherebbe un bagnetto sacro ai propri figli? Quantomeno per non deludere i nonni che attendono con ansia la data! Sento, sentiamo, tiro dentro sempre i prelati… uno stridore tempistico poco sano, una modalità pastorale retrò che non intercetta i positivi istinti educativi di alcuni genitori. Forse qualche iniziativa pionieristica c’è, ma ancora troppo sparuta.

Si lo so… pensieri oggi troppo ardui e impegnati, ma tra poco ho la visita in ospedale a Mirano e magari mi dicono che davvero tra poco Viola è pronta per burlarsi di tutte le nostre riflessioni educative e mi stava a cuore riuscire a condividere questo pensiero maieutico!

Chissà cosa ne pensate?? O magari avete qualche bella esperienza da raccontare..

A titolo di gossip, oggi il gallo è in anticipo di 15’, mi fa pensare: in anticipo, mai in ritardo. Dicono che la natura insegna.

martedì 10 agosto 2010

violapensiero n°9

“Sembra tutto scontato. Dove partorire? Ma in ospedale, naturalmente. Anche a me la cosa sembrava logica, anzi naturale. E invece durante i nove mesi mi sono informato, ho letto, studiato, parlato con vari medici e mi sono convinto che sia meglio non partorire in ospedale. Anzi evitare proprio ogni tipo di ospedalizzazione, se si può. Sono giunto alla conclusione che il luogo migliore per partorire è la propria casa. Perché bisogna riappropriarsi dell’esperienza del parto, soddisfare il bisogno di intimità. Il parto è un evento che appartiene prima di tutto alla vita della donna. C’è, finalmente dopo tanti secoli bui, una nuova consapevolezza che ha come effetto il desiderio da parte della donna di vivere il parto da protagonista, circondandosi delle persone di cui si fida, conservare un’aura di intimità intorno ad un momento che, dopo tutto, fa parte della sfera sessuale.

Basta con i tabù e le ipocrisie nascoste dentro i testi specialistici. Discernere il parto dall’ambito sessuale è allontanarlo dalla sua vera natura per poi snaturarlo, medicalizzarlo (quante sostanze chimiche vengono fatte prendere alla donna in gravidanza e prima, durante e dopo il parto) e quindi spersonalizzarlo. Come fosse una patologia. Così facendo la vita nasce innaturale e fuorviata. Negli ultimi anni le donne, fortunosamente o fortunatamente, stanno riscoprendo la fiducia nel proprio corpo e nel potere creativo. Che è il potere tout court. Non si vuole più delegare alla medicina un’esperienza che appartiene alla vita e non alla malattia.
Le implicazioni di questa scelta sono diverse e purtroppo anche spiacevoli, perché è un’esperienza che riguarda anche il sociale e il rapporto con gli altri. Perché quando nasce un figlio non solo i due genitori sono coinvolti, ma tutta la comunità. Decidere di partorire in casa in questa società chiusa diventa un fatto politico, un momento di sovversione quanto di eccentricità. In entrambi i casi si è visti male e possono nascere scontri. Dai vostri genitori, al bar dove siete habitué, è possibile che la vostra scelta non venga accettata. Bisogna saper affrontare l’ostilità, spesso frutto dell’ottusità e di convinzioni tanto salde quanto sbagliate. E bisogna farlo con calma e puntiglio.


Ma il parto in casa non è solo questo. Vuol dire che il bambino appena nato non verrà separato dalla madre, che dopo il parto si può godere senza limiti di tempo e di regole il primo incontro con il neonato. C’è poi il lato affettivo e spirituale della nascita, il senso profondo di una nascita nel rispetto della natura.”


Antonio Barocci

Parto di testa – la gravidanza del padre


Super tascabile consigliato a tutti. Una panoramica completa e godibile non solo dalle coppie in attesa. Si lo so, della gravidanza è naturale occuparsene e leggerne solo quanto ti travolge. Questo insolito racconto dei nove mesi è un mix equilibrato di serietà e ironia, che conquista fin dalle primissime pagine dedicate al sesso per poi avanzare senza tregua fino al parto. Barocci è un papà che ha deciso di scrivere la sua sull’essere “incinto” ed effettivamente di cose da dire ne ha. Alcune pagine dedicate alla donna nel frangente ormonale non potevano essere scritte con maggiore aderenza alla realtà dalla donna stessa. E non siamo di fronte ad un uomo avvolto nel misticismo, nella professione pedagogica o nell’ideologia di qualche strana filosofia naturalistica o new age. Barocci è un uomo normale da Champions League, che ha usato i 9 mesi per capire, osservare, comparare, studiare e prendere posizione su molte dimensioni che l’attesa di un bimbo propone.

Il vero colpo di scena segue senza preavviso questo capitolo dedicato al “dove partorire”, che continua con la descrizione di cosa serve in una casa per il parto e in quali situazioni non si mette in pericolo la vita del bambino e della mamma. E’ il capitolo dal titolo “Un parto tipo. O quasi” che è meglio di un film e non mi sono permessa di comprimere in una citazione di poche righe. Una decina di pagine, infuocate di ritmo e suspense, in cui ci rivela che malgrado avessero impiegato nove mesi ad organizzare ed allestire un parto in casa, svariate vicissitudini li porteranno all’ultimo momento a partorire in ospedale e a confrontarsi con tutto quello che avevano cercato di evitare. Una bella sfida o delusione? Entrambe probabilmente. E qui emerge l’uomo dal sangue freddo, il Bertolaso dell’ostetricia, che deve dare fiducia alla moglie spaventata e assolutamente non lucida e al contempo il padre che sta nascendo, che non riesce a trattenere il pianto per la fatica a cui viene sottoposta la moglie, che s’indigna per la poca anima che ritrova in ospedale, che sente le gambe cedere nelle posture del travaglio che vive con Nina (Barbara nella realtà!).

Al termine del libro non esce un uomo perfetto (e chi se n’importa!), ma a tutto tondo, che di questa esperienza femminile tratteggia una versione paterna profonda, simpatica e responsabile. Diversa, “di testa” ovvero di consapevolezza e sensibilità che declina in consigli appassionati (e ogni tanto scurrili, ma ci sta!) agli uomini che lo leggono. Chi ne trae maggior beneficio sono nascostamente le gravide che riflettono su di sé da un nuovo punto di vista delicato e onesto ma non compiacente!

Ritornando al dove partorire – ormai sono tante le donne che scelgono la location della propria casa – mi è piaciuta e sento autentica l’intuizione che il parto è una dinamica sessuale, che completa un atto già iniziato e richiede intimità e spirito di vita. Nessuna malattia e medicalizzazione, se non serve... Ormai sono molto diffusi i percorsi che insegnano ai padri tecniche e posture di accompagnamento e sostegno del parto naturale, non più come un affare solo della madre o uno spettacolo a cui assistere.

Una dinamica a due dove l’ostetrica guida la coppia in un amplesso speciale, eterno che li unirà come roccia. Una capacità fisica che non s’improvvisa e che nasce dallo spirito cercato e coltivato insieme in 9 mesi (e forse anche prima!).  E presumo ne rimanga coinvolta anche la sessualità che seguirà. In bene! Come dice Barocci… e se qualcuno è ostile, avanti dritti con questo fatto politico.

sabato 7 agosto 2010

Violapensiero n°8


Mercé Anglada ha fatto nascere più di diecimila bambini, senza contare i gemelli. Ha cominciato nel 1962, ha finito quest’anno: ostetrica per quarantaquattro anni, ha visto passare dalla sala parto tre generazioni di medici. Non si è mai sposata, non ha avuto figli. «Mi telefonavano gli amici dalla spiaggia, certe sere d’agosto, e io ero lì accanto a una madre con le doglie. Potevo andare? Mi sembrava di no, non potevo lasciarla e dunque non andavo. Ogni tanto, oggi che sono in pensione ripenso alla vita fuori e la vedo scorrere come un film a cui non ho partecipato. Decine di appuntamenti che ho promesso e poi mancato, feste dove pensavo di arrivare magari in ritardo e non arrivavo affatto, viaggi e vacanze da cui ricevo cartoline che dicevano “Manchi solo tu”. A volte è stata dura, un paio di volte durissima. Però il miracolo era qui dentro, in questa stanza. Non ci si abitua mai, è incredibile, ma è proprio così: ogni volta è la prima. Ogni bambino che ho preso per le spalle, per i piedi, per un braccio e che ho tirato dentro questo mondo è stato un po’ anche mio.» […] «Ho imparato a riconoscere quasi subito, per esempio, che quando la madre grida “muoio”, è il momento in cui il bambino nasce.» Partorire è un po’ morire. «Esattamente. Al principio mi spaventavo. Pensavo: muore. E invece succedeva sempre lo stesso, perciò si può davvero concludere questo: la sensazione di morire è quella che coincide con la nascita. Un volta, certo. Quando non esistevano le anestesie. Quando le donne mordevano, graffiavano, ti stringevano fino a buttarti a terra. Ora guardi che calma, non si sente un sussurro. Una volta la prima cosa che chiedevano era: “Maschio o femmina?”. Ora lo sanno già, e sanno anche se sono gemelli. Mi ricordo negli anni Sessanta la faccia che facevano quando dicevi: “Piano che ne arriva un altro”. Qualcuna diceva anche: “Un altro no, per favore”. Poi però andavano a casa felici.» […] L’emozione più grande. «Stavo facendo un’esplorazione di routine ad una donna che aveva iniziato il parto, quando il feto, che aveva il braccio sopra la testa, allunga la mano e mi stringe un dito. Fu uno spavento pazzesco, gridai. Però una cosa stupenda, ancora me la sogno certe notti.» Adesso è tutto molto diverso, tutto più tranquillo. «I familiari che aspettano fuori l’unica cosa che chiedono quando il parto è finito è il peso del bambino. Del resto sanno già tutto. La prima domanda è davvero sempre questa “Quanto pesa?” La cosa che mi colpisce, soprattutto se penso agli inizi è che nessuno chiede mai subito come sta la madre. Nessuno tranne la madre della madre, che sempre – sempre – chiede per prima cosa come sta sua figlia.»





E’ l’alba, il gallo canta sempre come un orologio svizzero. Dopo questo testo compiuto, ho rispetto di aggiungere  poche righe. Sembra una poesia in prosa.

Vorrei affacciarmi dalla finestra per guardare fuori l’immobilità della vita, che caratterizza questi orari insoliti, ma la pancia m’impedisce di riuscirci. Mi intima di stare indietro, quel tanto che non mi consente di vedere verso il basso, ma di tenere sempre e solo lo sguardo verso l’alto. E’ una sensazione strana, ma simbolicamente pregnante.

Una madre anche se percepisce che potrebbe non farcela, pure nel peggiore dei modi… non guarda mai il basso dei suoi piedi, va oltre, l’orizzonte ha sempre la meglio. Forse non lo diciamo, ma sono certa che ognuna di noi medita in cuor suo, che potrebbe anche morire nel dare alla vita eppure non ci spaventa. O almeno per me, e mi auguro non per gli ormoni, la forza della vita che sento andare oltre me stessa, non mi getta nel panico di questa remota ma possibile eventualità.

La citazione viene sempre dal libro di Concita De Gregorio già proposto in occasione del duello Pippi-Pinocchio e dalla sottoscritta ampliato ad Hello Kitty.

Nascere porta con sé anche la morte, lo diceva anche Giovanni nel suo commento al post sui padri.
Morirò? Si, in ogni caso un po’ morirò, nel fisico e nell’anima. E’ un’opportunità. Chissà se il post partum rientra teologicamente nelle forme di risurrezione. Ci parlano solo di depressione. Magari aiuterebbe.

La mia pancia si è abbassata molto, il davanzale su cui poggiavo le braccia comodamente non esiste più, sento che Viola spinge, è incanalata per essere tirata nel mondo da braccia accoglienti. Percepisco che il momento della “bella morte” potrebbe essere sempre, questione di giorni…

L’unico desiderio che mi porto dentro è quello di trovare un’affamata della vita come quest’ostetrica. Un’amica che come Caronte farà con me questo trapasso benefico. Che sarà complice anche con mio marito.

Sono stati 9 mesi di forte medicalizzazione; alcuni approcci li ho detestati con tutta me stessa. La nutrizionista, una donna davvero in gamba, che in questi ultimi 2 mesi mi ha letteralmente liberata da questa modalità di alcuni suoi colleghi tutta protesa alla malattia, l’altro giorno salutandomi mi ha detto: “Sono certa che la tua prossima gravidanza si concluderà con un parto in casa accompagnata prima e durante solo dall’ostetrica”.

Senza essere assoluti e firmare un parto in casa, prima di aver vissuto il primo all’ospedale… però si, se le condizioni di salute lo permettono, riprendiamoci tutta l’anima di vita, senza patemi ospedalieri, che scorre in questa esperienza.

Mercé Anglada è un nome che racchiude come ringraziamento tutti i nomi di donne che sono state capaci o lo sono tuttora di accompagnare nel dare alla vita. Pensando alla “vocazione” dell’ostetrica mi viene in mente ciò che potrebbe essere un prete per le persone, futuristico? Chissà, magari si potrebbe cedere qualche ora di lezione di quelle che si tengono in seminario a donne come Mercé.  Va beh, non ci compete.

martedì 3 agosto 2010

violapensiero n°7


“Meno 6 mesi, 2 settimane, 6 giorni

Lui





Qui bisogna fare due conti. Banale, prosaico, inelegante, ma necessario. […] Cominciamo tagliando il superfluo. Per dire: è ormai un anno che in casa usiamo detersivi biodegradabili al 100%. Detersivo per i piatti, per i vestiti (che laviamo a mano: la lavatrice è un lusso che ancora non c’appartiene), ma anche sapone per le mani e per la doccia (per le parti intime, siamo affezionati ai buoni vecchi inquinanti. Ma questa è un’altra storia). E’ un gesto di cui ci vergogniamo un po’. Perché l’ecologia ha un prezzo e anche sentirsi buoni, sentirsi civili – non so bene come definirlo – ha un prezzo. Pure alto. Paghiamo 8.75 euro il boccione di detersivo per le mani che potremmo avere ad un quarto. Trovo del tutto imbarazzante che questa pace costi. […] Lavando i piatti pensavo al risparmio. Ed è stato immediato concludere: si ritorna al vecchio sapone Esselunga, o Standa o Auchan. Neanche una marca di quelle che fanno pubblicità, di quelle che si sa che sgrassano da matti, basta proprio il sapone entry level di un supermercato ( per usare un gergo da aziendalismo allegro). Però. Per chi ho comprato il sapone che puzzava e mi costringeva a vergognarmi fino a oggi? Perché ho spento il led del televisore? Ho detto a mia mamma di non comprare più lacca? Perché cerco di fare la differenziata per bene? La risposta è semplice: per chi verrà dopo di noi. […] La cosa si complica. Fino a quando questi posteri erano gente a me sconosciuta, invisibile e intangibile ero in grado di farlo. Poi, ora che la specie si protrae anche attraverso di me. Ora che un postero, lo instrado io giù per il mondo, ecco, proprio ora mi metto a pensare ma andate tutti a cacare. Pensiamo a noi stessi, tanto gli scienziati qualcosa si inventeranno […] Le nonne sono morte da tempo, ma sono sicura che se avessi chiesto loro: “Nonna, hai mai pensato di non avere bambini?”, loro non avrebbero capito la domanda. […] Si nasce, si muore, ci fa delle grandi risate in mezzo, ci si spacca la schiena , e si fanno i figli. Mi avrebbe detto così. […] Come si fa a parlare di futuro, in un paese che non vuole la responsabilità dei figli? No, meglio mettere il tappo, riempire il lavello d’acqua, insaponare tutto, e poi risciacquare.”

Arianna Giorgia Bonazzi e Arnaldo Greco

Sopravvivere all’attesa – Manuale per giovani coppie



Per il toto citazioni del violapensiero: non sono finiti i libri e non si rinizia il giro con quelli già menzionati. Anzi, se Viola non è pronta per essere sfornata, ce ne sono in coda parecchi che vorrei condividere, ma per le pari opportunità volevo dare la possibilità anche al “lui” di questo diario citato nel violapensiero n°5 di dire la sua su un tema, che mi sta proprio a cuore (e a portafoglio!).

Ho appena finito una colazione tutta biodegradabile, in questo caso per il mio fisico, che fa comunque parte dell’ambiente e dell’ecologia a pari merito, che mi costa giornalmente una media di 3 euro. Di solito si fa colazione a casa, e non al bar per risparmiare: nella pasticceria più rinomata di Padova mi costerebbe meno (è ammesso il toto scommesse anche sulla pasticceria!!). Il nostro bancomat viene strisciato in media 3-4 volte alla settimana al negozio biologico raggiungibile a piedi. Almeno la benzina non ha voce in bilancio. Vi tralascio gli importi e spero sempre che Mauro, da statistico, non tracci una curva dettagliata delle nostre spese bio. Quel giorno nell’alta padovana il cielo si oscurerà.

Per rimanere sui detersivi proprio ieri: un multiuso + la polvere per la lavastoviglie = 11€. Bisogna ammettere che la polvere mi dura tanto e consumo una quantità di detersivo inferiore alla classica pastiglia. Rimangono sempre 11€ (non sono pochi per due detersivi) e il nostro livello di vita non è molto diverso dagli autori del manuale di sopravvivenza all’attesa. Forse un po’ meno precari. E al bio, almeno in estate, compriamo solo la frutta, perché in questo periodo abbiamo ben due orti delle rispettive famiglie che intasano il frigorifero di verdure freschissime, altrimenti la curva dei costi crescerebbe in modo esponenziale. Ci sostengono motivazioni, oltre che ecologiche, anche di salute, che posticipo ad un altro post, perché si aprono pensieri sulla medicalizzazione della gravidanza su cui voglio tornare e spero prima della “rottura del tappo”.

Non vi nascondo che il pensiero di “Lui” si respira anche nella nostra famiglia e il senso di frustrazione è grande. Mi piace l’espressione “proprio ora che ne instrado" uno tutto mio. Si proprio ora, nel momento della testimonianza ravvicinata, un figlio tutto tuo con cui dare il meglio di te, dei tuoi valori e delle tue convinzioni per cui t’impegni da anni, i conti alla mano ti impediscono di farlo. Anche mettendo in atto le strategie di condivisione beni con parenti e amici, cercando di non lasciare spazio al superfluo che un marketing violento ti propone come essenziale per nove mesi, un figlio porta con sé già nella gravidanza e nella fase di allestimento concreto per l’arrivo dell’erede in casa, dei costi molto impegnativi che, da come ci dicono tutti con tono allarmante, andranno solo aumentando per “enne” anni.

Siamo come questa coppia: a parte la carta igienica (anche noi abbiamo qualcosa che è rimasto inquinante), tra negozio super bio e linea bio della Coop in questi anni c’abbiamo provato a fare la nostra parte. Abdicare per l’arrivo di un figlio, ti fa sentire idiota. Si, idiota. La famiglia è la culla della condivisione di uno stile di vita e rischi di condividere solo che non ti puoi permettere l’ecologia. E non perché non rinunci al ristorante o ai viaggi: già tagliati!

Come mi si addice, invece di ipotizzare quali spese biodegradabili tagliare, approfittando di questo approccio al femminile del marito di questo periodo (non rischio lo sgozzamento!) ho alzato il tiro. Sono stata nello storico negozio Zut in centro a Padova e ho acquistato due prototipi di pannolini lavabili. Si chiamano “Popolini”. Dal nome che fa simpatia, anche nel vederli, sembra tutto semplice come un film di Walt Disney. Un po’ meno il corredo che accompagna la messa in uso di questa filosofia lavabile.

Ho ipotizzato questo uso “reciclabile”, perché penso che la massa illimitata di rifiuto secco che determina la prole di cui ci facciamo carico, non abbia niente da invidiare alla marea nera che da mesi fa imbiancare quotidianamente Obama. Ma come tutte le scelte di un certo impatto va valutata in coppia e allora eccomi tutta fiera a casa con i miei due popolini e con un’ipoteca simbolica già pendente sopra di me: di 2 di diversi modelli ho già speso all’incirca 30€. Spiego a mio marito come funziona il tutto:

- Ne servono almeno una ventina per riuscire a dare il giro alle espulsioni poco poetiche, che Viola non mancherà di regalarci. Per chi non ha ancora confidenza, in alcuni periodi si va anche sugli 8 pannolini al giorno. Vendono delle valigette di popolini da 10 pezzi che si aggirano in base ai modelli su una media tra i 130€ e i 150€. Servirebbero almeno due valigette.

- Gli illustro i vari modelli e gli elementi pro e contro di ciascuno.

- Rincaro la dose dicendo che bisogna acquistare le mutandine della stessa linea per evitare lo sconfinamento della marea nera.

Vi lascio immaginare la faccia di Mauro in tutto questa mia promozione. Mi guardava come quando mi dice “Non stai presentando un film, non serve che attivi tutte le strategie di comunicazione…”.

Seriamente: ne guadagna in benessere 1. il culetto di Viola, 2. l’ambiente e 3. il bilancio familiare. Spenderesti di pannolini usa e getta comunque molto di più delle 300€ delle due valigette. Il tutto farebbe propendere per la tesi “adotta un popolino” da far girare tra gli amici, che non sanno cosa regalarti con 10-15 euro senza che il loro investimento finisca in un cesto infinito di giocattoli riesumati anni dopo solo dalla Pixar in Toy Story 4. Secondo voi è così semplice?? Magari, come un’alimentazione sana l’ecologia  costa in termini monetari e in termini di tempo e stile di vita.

Tre stadi si frappongono tra noi e il nostro dovere di buoni cittadini:

a) Dopo uno shock iniziale, presumo sia superabile lavare la cacca di tuo figlio (anche se metti della carta bio tra il culetto e il popolino, così mi ha spiegato il signore di Zut, qualcosa sborderà…).

b) Anche se avrai mille incombenze domestiche, poppate infinite, “enne” lavori extra da continuare a fare per sopperire al calo per maternità di uno stipendio già di suo “ecologico”, biodegradabile ma per il bilancio aziendale… forse ce la farai a fare le lavatrici no stop per non rimanere senza popolini. Un plotone di mamme, comprensibilmente esauste, mi ha già detto: “ti aspetto al varco dopo un mese di vita di Viola, altro che popolini… semplifica tutto quello che puoi”. E sarà pure vero anche questo…

c) Ma il vero dramma è asciugarli nell’inverno della pianura padana. Ovviamente, se non hai l’asciugatrice che non possiamo permetterci, men che meno in bolletta! Ma allora dobbiamo acquistare ancora più valigette e una signora che ti aiuti in casa?

All’offertorio del Battesimo mi vedo già un popolino innalzato al cielo della chiesa dalle mani del celebrante.

In un negozio bio che frequentavo anni fa vicino alla mia casa precedente, le auto dei clienti che arrivavano erano al 90% dei Suv immensi che prendevano due parcheggi. Al tempo, senza le spese di una vita a due fuori di casa, mi chiedevo se anche l’eco è un lusso, ora ne sono certa.

So che siamo passati dalle riflessioni filosofiche alla cacca di Viola, ma accumulata con quella di molti altri suoi coetanei la questione diventa filosofica, politica, civile. Vorrei risparmiare all’ambiente 1825 pannolini (una media di 5 pannolini per 365 giorni). Vorrei continuare a fare la spesa bio. Ma è davvero possibile per una famiglia normale? Parliamone.

p.s. E noi non siamo poveri. Ci sono famiglie messe a dura prova che non si pongono nemmeno la scelta del supermercato: solo discount. Tra tutte le ingiustizie i poveri hanno anche quella di inquinare?