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sabato 11 settembre 2010

violapensiero n°17


“Perché educhiamo?

Poiché siamo uomini e non animali, dobbiamo domandarci: perché educhiamo? Perché gli animali crescono, senza bisogno di educazione, capaci di svolgere i compiti della loro vita? perché noi dobbiamo educare i nostri figli? Perché non avviene semplicemente che il bambino guardando e imitando, si acquisti ciò di cui ha bisogno per la vita? Perché un educatore, un pedagogo, deve intromettersi nella libertà del bambino? Sono domande che per lo più non si sollevano, perché si considera la cosa naturale.



In realtà si comincia ad essere pedagogo soltanto quando non si considera questo problema come naturale, quando ci si rende conto che è un’invadenza nei confronti del bambino mettersi ad educarlo. Perché il bambino vi si deve sottomettere? Noi consideriamo come nostro compito naturale educare i bambini, ma loro, senza saperlo, non la pensano affatto così! Così noi parliamo di cattiva educazione dei bambini e non pensiamo affatto che noi (certo non alla loro chiara coscienza, ma al subcosciente dei bambini) dobbiamo apparire assai comici quando imponiamo loro qualcosa da fuori. Essi sono pienamente giustificati nel trovare ciò all’inizio assai poco simpatico.”

Rudolf Steiner, L’educazione dei figli

“ I primi tre anni di vita.


In realtà soprattutto i primi tre anni di vita, ma poi anche quelli fino al settimo, sono i più importanti per l’evoluzione complessiva dell’uomo, poiché allora il bambino come essere umano è qualcosa di completamente diverso che più tardi. In realtà nei primi anni il bambino è completamente organo di senso. Ma la portata di questa idea: il bambino è durante i primi anni completamente organo di senso, di solito non viene pensata con sufficiente intensità. Bisogna ricorrere ad affermazioni drastiche se si vuole svelare veramente l’intera verità di questo fatto. Più tardi nella vita l’uomo sente il sapore del cibo nella bocca, nel palato, nella lingua. Il gusto, in certo qual modo, è localizzato nella testa. Nel bambino, specie durante i primi anni di vita, non avviene così: il gusto si manifesta in tutto l’organismo. Il bambino gusta il latte materno e il primo nutrimento fin dentro nelle membra. Ciò che più tardi avviene sulla lingua, si svolge nel bambino in tutto l’organismo. Il bambino vive in quanto gusta tutto quanto accoglie in sé. A questo riguardo vi è qui qualcosa di fortemente animale. Ma non dobbiamo mai pensare che quanto vi è di animale nel bambino sia uguale a quanto di animale vi è nell’animale. Quanto di animale è nel bambino è per così dire sempre innalzato a un livello superiore. L’uomo non è animale mai, neanche quando è embrione, anzi allora meno che mai. Ogni funzione fisica è accompagnata dal gusto, e appunto come il gusto accompagna tutte le funzioni fisiche, così qualcosa che è di solito è localizzato soltanto nell’occhio e nell’orecchio sta nell’intero organismo del bambino.


Quel che nell’adulto è localizzato nei sensi, è esteso in tutto l’organismo del bambino. Perciò nel bambino non vi è separazione fra spirito, anima e corpo, e tutto ciò che opera dall’esterno viene interiormente riprodotto. Il bambino riproduce per imitazione tutto quanto lo circonda.


Dopo aver acquisito questa prospettiva, dobbiamo considerare come tre forme di attività determinanti per tutta la vita vengano conquistate dal bambino nei primi tre anni di vita: camminare, parlare, pensare.”

Rudolf Steiner, L’educazione dei figli



In queste ultime ore Viola si è liberata dell’ultimo pezzetto di cordone ombelicale. Ora è davvero “espulsa”. E’ completamente altro da me. La perdita di questo reperto archeologico della gravidanza può essere raccontata dalla prospettiva delle incombenze che genera o dalla valenza simbolica di cui è carica. Per deformazione professionale non riesco a non cogliere la poesia e il rito che mi sembra si celi dietro ogni piccolo evento, non per questo mi sottraggo alla prosa della medicazione dell’ombelico. In questo caso con un po’ di euro dilapidati in farmacia in garze, retine e acqua ossigenata in pochi giorni tutto si asciuga. Tutt’altra storia le emozioni che mi provoca quest’ultima separazione e che associo, forse fin troppo liberamente, ad alcuni passi sopra citati di Rudolf Steiner. I pensieri del pedagogista e filosofo austriaco sembrano così attuali, che verrebbe da pensarlo ancora in vita, invece il suo contributo arriva tra fine ‘800 e i primi decenni del ‘900. Rimangono in vita i suoi pensieri che sono diventati vere e proprie filosofie e prassi di vita (antroposofia, la scuola steineriana, l’agricoltura biodinamica, riflessioni sull’architettura, la religione e la spiritualità, l’arte e la parola…).

Adesso che Viola è “tutta tutta” staccata, sento che la domanda di Steiner ha un peso non irrisorio per me e per il suo papà, e perché no, per tutti gli adulti che si avvicineranno a lei nella sua infanzia. Perché educhiamo, prima ancora di come. Un ordine curioso per quesiti imponenti. Siamo registi di un film in cui Viola, come un attore, cercherà il suo ruolo nella tragicommedia della vita. Ogni volta che entro nella sua camera per sottrarla al suo lettino, questa sensazione che racconta Steiner, mi accompagna fedelmente. Mi sembra di invadere il suo spazio e di impormi senza mediazione con quanto ritengo giusto per lei in quel momento. So che posso sembrare in follia post partum con questi pensieri, ma cercare di essere presenti con testa, corpo e anima, mentre ogni giorno come un’industria ripeti le stesse azioni - svegliarla, popparla, cambiarla, lavarla, vestirla, ecc… - ti stimola qualche riflessione più profonda. Certo la cacca schizzata sui muri (Viola ha del talento!) ti riporta continuamente a terra, ma non per questo si placano i viaggi dell’anima.

Intanto mi sa che ci vedono davvero avvolti da questo alone di comicità. Mi chiedo sempre come avvicinarmi a lei perché non si senta accerchiata da un adulto che in preda all’ansia di prestazione muta il suo comportamento in faccette, mugolii, versi e versetti per placare quella distanza immensa che s’impone tra noi adulti pensanti, figli dell’intelletto da troppo tempo, e loro bimbi, come ricorda Steiner, che non conoscono “separazione fra spirito, anima e corpo”.

Nel testo citato tempo fa, Il linguaggio segreto dei neonati, propongono di rivolgersi a loro come con altri adulti, non ragionando…, ma spiegandogli passo passo tutto quello che andremo a compiere. Rifarlo ogni giorno può sembrare assurdo o inutile e può destabilizzarci, ma nello sperimentare questo consiglio, io e il papà abbiamo visto che prima di tutto fa bene a noi, perché illustrare a Viola cosa stiamo per fare con lei o per lei, richiede a noi di essere “connessi”, di non essere con la testa da un’altra parte o con il cuore rivolto ad altri. A tratti essere connessi a loro è un’esperienza spontanea, altri giorni presi da numerose incombenze è molto più difficile. Steiner esprimerebbe questa modalità, dicendo che bisogna accostarsi a loro con “veridicità” e non scimmiottando un linguaggio che noi pensiamo adeguato per l’infanzia.

Sapere che ogni cosa che noi facciamo per loro li pervade, sempre illuminati da Steiner, in ogni meandro del loro organismo senza nessuna divisione, è una grande meraviglia, ma è anche una responsabilità. Stiamo parlando alla persona tutta intera, un’esperienza che possiamo fare con una tale purezza in questi primi anni della sua vita. Noi subito a fare i conti di come potremmo ripristinare i tempi del lavoro, per ovvi motivi, e invece sarebbe da seguirli passo passo in questa avventura dei sensi.



A proposito di lavoro… ieri sono ritornata al cinema. Le riviste per cui scrivo mi chiedono le recensioni e visto che Viola trascorre ore e ore in compagnia di Morfeo, ho deciso di provare ad infilarmi in sala d’accordo con la nonna che se avesse dato qualche segnale di pappa o quant’altro mi sarei precipitata a casa previa telefonata. Tutto è andato bene e quando sono tornata dopo due ore di film lei ancora dormiva in pace. In biglietteria ragazze ancora lontane dalla mammite mi guardavano incredule per la ciambella che mi accompagnava sotto braccio. Forse si saranno chieste se tornavo dal mare e non che semplicemente non volevo sedermi sopra i souvenir del parto. In realtà avevo perfino la maglietta con un bell’alone di latte sul seno, difficile da accettare per me ma questa è la vita e i ritmi da mamma (alcune amiche per la cura di vestiti e gingilli mi chiamavano bomboniera!). Sono partita tra una poppata e un cambio, sentendomi parte dei racconti al femminile che si concludono dicendo “imparerai a fare più cose insieme e in un tempo così esiguo che nemmeno immagini”.

Non contavo di rimettermi a scrivere così presto e l’avrei accettato con tranquillità, ma tra le cose che si possono scoprire solo durante, come ad esempio la durata del travaglio-parto, c’è anche questa. Alcune cose che ritenevi impensabili in realtà possono convivere. Da acrobata, come tutti i genitori, ma ci sta. Durante la prima ora del film mi sono lasciata trascinare via dalla storia, risucchiata dallo schermo; quando mi sono resa conto che per la prima volta dopo dieci giorni mi ero dimenticata di Viola per un po’ di tempo mi è venuto da piangere e ho ricordato il senso di colpa che molte madri mi avevano raccontato. Poi è passato, ma ho percepito come ci fecondi una dedizione che se da una parte promuove energie e cure splendide per i figli dall’altra parte, se non rimaniamo vigili, c’imprigiona in una condizione tutta rivolta alla maternità. Il rischio di annullarsi in loro ci porta lontano dal dare una risposta al perché educhiamo. Quanto equilibrio è richiesto ad una donna “in disparte” mentre alleva i propri figli.



So che vi è rimasta una curiosità: che film mi ha rapita. C’è pure un personaggio con il nome Viola e la storia è una spada insanguinata sul tema genitori-figli. Come farsi del male in tempi di fragilità post parto! Si, avete immaginato bene… La solitudine dei numeri primi, il film che Saverio Costanzo ha tratto dal romanzo che abbiamo letto davvero in tanti di Paolo Giordano. Al di là che la colonna sonora affidata a Mike Patton è strepitosa e dall’inizio alla fine è una partitura su cui si posa tutta la sofferenza di cui la storia è intrisa, il film, come il romanzo, è un viaggio sui toni infernali che l’infanzia può assumere per alcuni bambini e che nella maggioranza dei casi diventa un marchio a vita. In realtà la versione cinematografica apre ad una riconciliazione con se stessi, che il romanzo non lasciava emergere. Costanzo con questa variante lascia intendere che se anche la nostra famiglia invece di aprirci alla vita, ce la nega giorno per giorno con inconsapevoli ma feroci violenze, non è mai detta l’ultima parola. Qualcuno sarà sepolto da tanto male, vivrà con la solitudine dei numeri primi. Altri nella solitudine dei numeri primi troveranno un cuore amico, se non l’amore, con cui accarezzare le ferite impresse nella totalità della persona (dal corpo all’anima). Come diceva Steiner, iniziamo la vita come un organismo di sensi e tutto ciò che viene dall’esterno si riproduce interiormente. Come genitori, educatori, adulti abbiamo il dovere di trasformare questa condizione in opportunità e non in tragedia. Si, meglio chiedersi perché educhiamo.



Arrivederci al prossimo film, al prossimo violapensiero.

lunedì 6 settembre 2010

violapensiero n°16


L’inatteso e la maternità.



«Mi sono scoperta dei lati violenti, delle angosce che non conoscevo. E’ l’esperienza che mi ha cambiata di più in assoluto. Mi è apparsa una faccia nuova di me stessa, isterica, egoista, collerica. Per esempio non avrei mai immaginato di non sopportare le continue richieste dei miei figli o di annoiarmi in loro compagnia. A volte, dopo aver passato il week-end a sentire i loro strilli e a mettere in ordine i loro giochi ho addirittura voglia di ucciderli! Penso che mia madre abbia vissuto tutto questo senza mai poterlo dire.»


Sono parole inconsuete; ci vuole coraggio per pronunciarle e per accettare che vengano messe nero su bianco. Una simile testimonianza resa in pubblico è rara e forse unica, ma riecheggia altre parole udite all’uscita da scuola, in bar o in treno, fra due madri che si scambiano confidenze sui figli rumorosi e troppo vivaci. In questi spazi di parole improvvisate, di incontri più o meno organizzati, le madri a volte osano “dirsi”.


Bisogna stare attenti per capire davvero quello che pensano. Parlano, certo, ma con parsimonia, approfittando di pochi istanti per dire una fatica, un’angoscia, un malessere, una stanchezza. Sono rivelazioni succinte, quasi private, verbalizzazioni del desiderio di “gettare il bambino dalla finestra”, che spesso vengono prese sottogamba dall’interlocutore. E d’altronde le donne contano sul sottinteso che la parola pronunci un impossibile, qualcosa che non si farà mai. […]


Le madri soffrono e non lo dicono. Non è una novità; ogni epoca ha costruito il suo silenzio, chiudendo una parte dell’umanità in un universo senza parole. Sono le donne quelle che hanno più taciuto su questo vissuto intimo di se stesse, sul momento così condiviso e così solitario che è la nascita di un figlio. Se è un bambino voluto dai genitori, voluto dalla società in funzione del mantenimento del tasso di natalità, il momento di metterlo al mondo, attraverso il passaggio corporeo che si iscrive nell’anima di ognuna, e l’incredibile sconvolgimento più o meno lieto che lo accompagna sono destinati a restare nel silenzio.


Raccogliere le lacrime e le parole di un corpo, che narrano la storia di un desiderio di maternità annullato, spezzato, deludente, perturbante ma anche felice, atteso, sperato, fa parte di una politica sanitaria pubblica di cui tutti siamo responsabili. Queste parole non devono essere soffocate, devono anzi essere condivise, perché il soggetto che le pronuncia possa vivere e non limitarsi a sopravvivere. La prevenzione sbandierata dai responsabili delle istituzioni, può scaturire solo dall’ascolto delle sofferenze e delle parole delle madri. Il sapere non è altrove, è nel cuore di ogni madre. Occorre tempo e pazienza per raccogliere, analizzare, comprendere il loro vissuto. Non ci siamo ancora arrivati e il concetto di prevenzione, per ora, esiste solo sulla carta.”

Sophie Marinopoulos

Nell’intimo delle madri – Luci e ombre della maternità



Sophie. Sono così emollienti e balsamiche le sue parole, che mi viene da chiamarla per nome. E' psicologa clinica e psicoanalista. Nel suo libro fa riferimento al suo paese – la Francia – dove esercita e promuove la salute psichica come parte integrante del sistema sanitario nazionale. Lo scenario che illustra mi sembra possa calzare anche al di qua delle Alpi e possa avvicinarsi alle confidenze di madri appena impastate e di altre più stagionate.

Una settimana fa… a proposito di appena impastate, più o meno a quest’ora, dopo un mio viaggio che senza vergogna definirei all’inferno – ma con biglietto di ritorno per il Paradiso! – è nata Viola. Ho cercato di darla alla luce con tutta me stessa, per ore perdendo i sensi continuamente dallo sforzo, quasi simbolicamente per lasciarle un po’ di spazio in questo mondo. Tanti dettagli e complicazioni hanno impedito quella spinta finale tutta mia, che la ponesse completamente al di fuori di me.

Era lei che stava ancora troppo bene nella perfezione del grembo? Ero io che non volevo abbandonarmi fino in fondo alla filiazione? Un braccino, un giro di cordone al collo? Così ipotizzavano le ostetriche o piuttosto, senza troppi fronzoli, un bacino di mamma troppo esile per una bimba gonfia di salute? Domande sedate dopo 18 ore dal taglio, più che generoso, di un medico che con sole tre mie spinte finalmente l’ha innalzata al cielo, accompagnato dal fragoroso applauso del terzo turno di ostetriche e infermiere. La sensazione di un celebrante per una liturgia intrisa di vita e morte. E io che tremante lo abbraccio e esclamo forte “alla faccia del secondo natura!”. Ho desiderato scappare, morire, essere tagliata, il cesareo, l’epidurale.  

Nei giorni successivi una mamma in ospedale mi ha raccontato che con l’epidurale aveva sofferto poco e ad ogni contrazione era riuscita a pensare alla sua bambina. Ammissione: io ho sempre pensato alla mia pelle, era tutto così forte che non riuscivo ad andare oltre alla speranza di non crepare. Mi sentivo inadeguata. Era colpa mia che non usciva? Una schiappa? Con contrazioni a 130 la tua psiche, malgrado tutto, riesce comunque ad imporsi anche tali domande e torture. Eppure tuo marito, meglio di un CT della nazionale come sostegno e sprono per tutta la durata, e le ostetriche sono lì che ti rassicurano che stai dando il massimo e nel modo giusto. Non basta; quelle domande ti s’insinuano lo stesso tra uno svenimento e l’altro. Per tutte le mie 18 ore Mauro è stato il volto, che ormai non vedevo più nitidamente, capace di ravvivarmi senza tregua l’obiettivo di quel soffrire al limite della vita. La voce e la mano che mi raccontavano che ero lì per Viola.

In questo blog ci siamo confidati tante volte che il parto è il proseguimento di un atto sessuale che non si placa e abbraccia la vita. Ora comprendo che lo è nel senso più letterale di “farlo per amore”. E senza di lui non avrei saputo tenere accesa questa speranza, il dolore mi avrebbe sepolta. Un’esperienza di famiglia.

Al termine del turno le ostetriche per la terza volta si consegnano il lavoro incompleto e si confidano “sembra debole, ma è una leonessa”. Ancora non mi basta per non sentirmi in colpa. Angeli, le ostetriche. In particolare mi si è impressa nell’animo Veronica. Ha fatto di tutto per farmi fare il travaglio e il parto in vasca, anche se il tipo di gravidanza a rischio per diabete lo escludeva. Le coccole dell’acqua avrebbero stemperato l’inferno del gel che aveva indotto per tutto il pomeriggio le contrazioni vertiginose. Ce l’avevamo quasi fatta e dopo il contro natura del gel (non lo consiglierei mai, ma alcune situazioni potrebbero richiederlo e te la metti via!), la vasca sembrava la riconciliazione, il purgatorio dopo l’inferno. E ancora dopo 3 ore di contrazioni e spinte in acqua Viola non esce e Veronica, convinta di fare in tempo, chiude anche il suo turno e mi saluta dispiaciuta. Lì mi sono sentita senza madre adottiva, malgrado l'ostetrica fosse ben più giovane di me. Insomma un’odissea, dove nessuna preparazione poteva anticipare l’esperienza avvenuta. Mi sono sentita irrisolta a tal punto da non godermi nemmeno il momento che tutti decantano: Viola appoggiata al petto in sala parto. Solo lacrime.

Mezzora dopo in camera quando si è attaccata ad entrambi i seni, siamo ritornate ad essere madre e figlia come in questi 9 mesi. In mezzo il black out di una giornata. La settimana che si è appena conclusa tra dolori pazzeschi per emorroidi di proporzioni e quantità purtroppo rilevanti, i punti della ferita, gli svenimenti per debolezza e l'ingorgo mammario, è stata una degna prosecuzione del travaglio. E certo che si piange, intanto per il male e poi per il “passaggio corporeo” che cambia per sempre il nostro intimo.



Ogni notte faccio sogni strani che sono chiaramente collegati alla paura, al dramma che mi è rimasto sulla pelle. Scrivere quello che ho vissuto e percepito mi sembra un esorcismo liberatorio. Anche travolgere di qualche bacetto la nostra Viola non mi veniva spontaneo nei primi giorni, mi sentivo intrappolata nel male fisico e anche una sola effusione mi faceva tremare tutto il corpo. La convalescenza è fisica e psichica, ma come dice Sophie non sempre questa seconda dimensione trova cittadinanza d’ascolto. La visita che precede la dipartita dall’ospedale fa il punto dettagliato sul tuo fisico ma il resto compete a te. A rendermi ancora più inadeguata il foglio di dimissione in cui si segnala che la signora ha avuto un parto classificato come SEMPLICE. Certo, la testa c’arriva a comprendere il perché, ci sono parti ben più rischiosi anche se più brevi, ma quel “semplice” ti fa crollare nel mondo dei fantasmi. Non ce l’ho fatta ed era semplice.

Quando guardo gli occhi di mio marito, mentre ripensiamo al travaglio, vedo in lui il desiderio di rassicurarmi che ho dato più di quel che potevo dare e lo ringrazio per questa delicatezza. Arrivano in ogni caso i giorni del pianto, non so quanto durino, so che si piange per niente, si piange per una parola in più, si piange per una parola non detta, si piange per la paura, si piange perché vorresti stare con il dolore intimo ma il dolore fisico ti attanaglia. Eppure se le lacrime scendono (la seconda rottura delle acque, non documentata in cartella, ma abbondante e necessaria), un po’ alla volta passa. Da ieri mi sento già in una sorta di bolla più positiva e le gambe mi reggono in timidi spostamenti fuori dal letto.

Arrivano le effusioni abbondanti senza lacci interiori per Viola, bacetti e altri strusci lenitivi, l’allattamento come una delle forme più alte di sessualità (davvero maestosa!), le confidenze con tuo marito su una casa che non sarà più la stessa e che profuma di pienezza, un tirocinio di coppia quotidiano su come impostare le nuove giornate e le tante riflessioni condivise nei 9 mesi diventano un utile percorso segnato da Pollicino che nemmeno la paura di morire è riuscita a portarsi via.

Sarà come dicono tutte che poi si dimentica. Sinceramente non so se è proprio così, ora mi sembra impossibile, ma non metto limiti alla Provvidenza. L’unica cosa di cui non ho dubbio è che le madri soffrono. Fin da subito. E che la sofferenza non si può tacere. Nell’esprimerla già ritorna il sorriso. Se ne coglie anche l’ombra esagerata che talvolta ci sovrasta senza motivo. A tante donne avevo promesso a poche ore dal parto che a breve mi sarei unita alle imperfezioni che ciascuna mi ha confidato più o meno pubblicamente. E’ andata proprio così, ma ogni ora che passa mi sento anche sempre più vicina a quella maternità piena che avevo percepito in gravidanza. La vita mi sta disarmando e l’imperfezione mi nutre. Con la stessa voracità con cui i figli cercano il capezzolo, noi madri cerchiamo l’ascolto di qualcuno che possa contenere “le luci e le ombre”.

Da anni in questi giorni vivevo sempre la magia e la frenesia della Mostra del Cinema al Lido. Quest’anno nel mio red carpet sfila un’unica star di color violetta, che riesce a fare la cacca sempre tre volte a getto continuo mentre la stai cambiando o morderti il capezzolo e guardarti con le labbra sporche di sangue. Abbastanza pulp e horror da non farmi rimpiangere il presidente di giuriaTarantino. Per il resto è un unico piano sequenza: dorme, dorme e ancora dorme. Sarà vero?

Come mi suggeriva un amico, Viola profuma di biscotto e desidero intingerla nel te della vita.

Sono felice, molto, serena un po’ alla volta.


lunedì 30 agosto 2010

violapensiero n°00


Spesso la nostra idea di felicità è un’esaltazione della giovinezza. Per me la felicità ha più livelli. Non è uno stato euforico, ma è piuttosto accompagnata da questa sensazione: sono proprio nella fase della vita in cui devo essere. Sono al punto giusto come bambino, giovane, marito, moglie, padre, madre. Fa parte di questo processo anche che io mi ritiri al momento giusto. Un altro passo importante è che io faccio posto a quelli che vengono dopo di me, e che affronti la morte.


(B. Hellinger)


01/09/07


Vogliamo dedicare un pensiero a tutti voi che avete accolto il nostro invito a partecipare a queste nozze. Bene arrivati allora! Davanti a questo altare vorremmo provare a dire a tutti voi che siete la nostra vita perché ci sposiamo.


Ci sembra una buona scelta perché in questi anni di fidanzamento siamo stati un argine l’uno per l’altro, un contenimento sano per tanti limiti e fragilità che ci caratterizzano. In tanti casi Mauro mi ha capita dove nemmeno io c’ero riuscita, e viceversa.


Oggi vogliamo dare fiducia a questo bene che abbiamo sperimentato. Sentiamo che nella nostra vita di fede queste nozze sono espressione dell’amore di Dio per noi. Celebrare il sacramento del matrimonio per noi è accogliersi reciprocamente nella semplicità di quello che siamo e scegliere di crescere insieme. Ci auguriamo di imparare a volerci bene sempre meglio e che questa nostra unione diventi feconda nei modi che il Signore ci vorrà donare.


Quando potrete e con semplicità, vi chiediamo di starci vicini in questa promessa di bene che oggi ci facciamo.

(Introduzione e saluto della liturgia di nozze di Arianna e Mauro)



Voglio rubare una metafora ad un amico caro. Quella del trampolino e del tuffatore.

Questo blog in ogni suo post ha avuto un trampolino e un tuffatore (che nei commenti è diventato un sostantivo al plurale, grazie!). Il trampolino ovvero le tante suggestioni raccolte da letture, da uomini e donne pensanti, anche in modi scomodi o diversi dal nostro, ma che male non fanno. Inducono una costruzione del sapere della vita, che aiuta a vivere nella consapevolezza, a fare delle scelte, anche in direzione contraria a quanto letto e meditato. Ma inducono. Un trampolino che attiva un processo, un tuffo nel vuoto ma prima o poi ritorna l’acqua sulla pelle e rivive la gravità, nell’urto saltano teorie e modelli, per poi rivivere nella nuotata sinuosa che di lì a poco seguirà.

Il trampolino e il tuffatore. C’è bisogno di entrambi, c’è lo slancio e poi c’è l’arte e la bellezza che solo ciascuno può imprimere nel suo “volo”.

In questo post di oggi – giornata particolare in cui Viola ha lasciato la perfezione del grembo per l’imperfezione della vita – ho voluto mettere due suggestioni che richiamassero proprio queste due entità vibranti del blog: il trampolino (Hellinger, superlativo) e il tuffatore (gli sposi, oggi – in realtà già da 9 mesi! – genitori).

Ok, da ora si vola, ci si tuffa e chissà quanto durerà questo salto nel vuoto, ma come dice Hellinger è la felicità; l’uomo e la donna che sentono di essere dove dovrebbero essere e che da oggi contano i giorni di vita nel senso contrario. Quanto ci separa dalla morte. Non inorridite, nessuna tragicità in queste parole; se prestate orecchio si sentono campane gioiose. Si davvero, per far posto alla vita, abbiamo fatto un po’ di spazio alla morte. La madre nel parto (alla fin fine una lunga preghiera a Dio nell’apice dell’incarnazione) e la coppia per la vita.

Ed è felicità. E’ compimento.

Oggi come tre anni fa, la frase è la stessa: ora stateci vicino.


Come per le mail dove tentenni qualche secondo, ma poi premi invio e la posta si avvia irrimediabilmente al suo destinatario, così per i post c’è la casella “pubblica”. Beh, oggi la freccina su “pubblica” l’ha sistemata e cliccata Viola. Dopo tanti mesi di chiavetta usb inserita nell’ombelico da cui la mamma le inoltrava i suoi e i vostri pensieri, è entrata anche lei nella fase dell’”invio”.

E’ stata una gravidanza intima (primo trimestre), amicale (secondo trimestre) e pubblica (terzo trimestre). Rifarei tutto nello stesso ordine, senza rimpianti. Il blog rimane aperto. Nessuna esplosione. E rimane con e per quella voglia di comunità che un figlio ti sprigiona in tutto te stesso. Pubblica come comunità.

A presto, non so tra quanto, ma sarà.

 

mercoledì 25 agosto 2010

violapensiero n°15

Culle e lettini.

Nessun altro mammifero va a dormire separato dai suoi cuccioli, perché noi si? Cos’è che allontana così tanto un essere umano dai bisogni biologici del suo piccolo da fargli prendere in considerazione una barriera simile al momento di dormire? Se vi sembra che stia esagerando, pensate: come sarebbe se non poteste dormire con il vostro partner ogni notte? Se i contatti ammessi fossero finalizzati solo alla procreazione, invece che al piacere delle coccole, alle risate, al fare l’amore, alle conversazioni a cuore aperto?


Immaginate che cosa significherebbe dover dormire in una stanza separata dalla persona che amate, notte dopo notte. O se quella persona dovesse dormire dietro le sbarre, anche se nella stessa stanza. Ma questo è ciò che molta gente fa ai suoi figli. I bambini non capiscono perché? Quello che sanno è che ogni cellula del loro corpo sta gridando che vuole stare con la sua mamma.


Perché non ascoltarlo? Perché ci lasciamo catturare dalla tinteggiatura della stanza dei bambini, dalla carta da parati con gli orsacchiotti, dai giocattoli musicali progettati per far addormentare questo figlio, perché ci facciamo fuorviare dall’opinione altrui? Ai bambini non serve niente di tutto questo. Camerette graziose, splendide culle di legno intagliato e lettini avveniristici hanno un unico scopo: creare uno spazio fisico fra i genitori e il bambino. I bisogni del bambino vengono completamente ignorati.”

...estratto da “Allattare secondo natura” di Veronika Sophia Robinson



“Divieto d’accesso: perché?
Esistono davvero delle buone ragioni per tenere con sé il bambino nel lettone? E fino a che punto è opportuno invece mantenere ben salda la vecchia regola del “divieto d’accesso”?



La cosa migliore è che il bambino dorma subito non solo nel suo lettino, ma nella sua stanza, se è possibile: e questo dal primo giorno, quando arriva a casa dalla clinica. Se si vive in un appartamento piccolo, dove non c’è una cameretta tutta per lui, è bene creare comunque una separazione fra l’ambiente in cui dormono i genitori e quello del bambino. Lo si può fare mettendo un paravento fra il letto e la culla. Oppure sistemando il piccolo appena fuori dalla camera dei genitori, in uno spazio riparato, da trasformarsi in una sua nicchia.



Già appena nato è importante che ogni bambino abbia uno spazio tutto per sé, nella famiglia: prima di tutto come persona, nella mente dei genitori che ne riconoscono l’unicità, l’individualità. Un riconoscimento che trova una conferma concreta nello spazio fisico che si ritaglia per lui nell’ambiente familiare: un luogo separato che lo aiuti ad elaborare a poco a poco la sua autonomia dalla coppia dei genitori.”

...estratto da “A piccoli passi” di Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin



Due libri, già citati benevolmente in altri post del violapensiero, che aprono direzioni completamente opposte sul tema del “lettone”. Ho optato per questi due estratti, ma vi assicuro che ho avuto l’imbarazzo della scelta su quale libro proporre. E’ una prassi su cui si discute molto e si scrive pro e contro. In questi mesi mi lasciava atterrita come fossi al contempo d’accordo idealmente (si sa, la pratica farà il resto…) con entrambe le “filosofie”. Entrambe mi sembrano sorrette dal buon senso e da valori encomiabili. Eppure la prassi che prospettano è l’opposto (e forse anche le conseguenze? Questo non lo posso ancora intuire!). Superando i libri, conosco ottimi genitori ispirati che hanno applicato l’una o  l’altra filosofia e non mi sentirei di giudicare nessuno di loro. Tutti sono equipaggiati di buone motivazioni.

Negli ultimi anni il co-sleeping (dormire tutti assieme nel lettone) è diventato un valore da promuovere da parte di molte associazioni che tutelano una crescita secondo natura. Le motivazioni a sostegno di questa tesi vanno dal pratico allo spirituale. Ma così pure i detrattori riportano giustificazioni in entrambi i sensi. C’è il popolo degli esperti, c’è l’esperienza diretta e appassionata dei genitori e ci sono anche i casi famosi che creano un movimento mediatico ancora maggiore attorno al tema (Brad Pitt e Angelina Jolie raccontarono di dormire in un lettone di tre metri per ospitare tutta la loro prole).

Il co-sleeping è sostenuto ulteriormente da il “metodo canguro” o KMC (Kangaroo Mother Care) molto conosciuto e applicato ormai anche in alcuni ospedali con bambini nati prematuramente. L’applicazione più pura del metodo KMC significa tenere pelle a pelle il bambino 24h su 24 così da tenere costante la temperatura corporea del bambino, non facendogli mancare nessuna sorta di espressione affettiva, che si condensa concretamente in un abbraccio fedele e quotidiano del padre o della madre. Nel libro “Allattare secondo natura” viene dedicato un paragrafo a questa prassi, spiegandone motivazioni e ricadute benefiche.

Eppure altri esperti preparati e equilibrati, non solo la psicologa Vegetti Finzi, pongono motivazioni interessanti nel verso contrario del co-sleeping. Come in tutte le cose non c’è sicuramente una soluzione che accontenta tutti e va cercata con e per il bimbo che si ha tra le braccia, senza nessuna equazione da risolvere anzitempo. Rimane che questa dualità, dalle tinte così diverse, continua a provocarmi soprattutto nelle conseguenze che determina in un caso e nell’altro nella crescita dei figli e nella vita di coppia (nell’intimità del talamo e non solo).

A darmi lo slancio finale per proporvi questo “dilemma”, che già mi pungolava da un po', è stata una mail di qualche giorno fa di una lettrice del blog che così mi scriveva:

“Leggendo uno dei violapensieri (penso quello sull’EVN) mi ha colpito una frase dell’autrice o autore a proposito del dormire tutti insieme nel lettone che sarebbe la cosa naturale che nelle società di tanta parte del mondo si continua a fare ... Da maestra mi sono un po’ ribellata: conosco bambini che a 8-9 anni dormono ancora nel lettone e mi sembra proprio che non ne guadagnino in crescita ... E poi mi chiedo sempre come si concilia questa pratica con l’intimità e la vita di coppia dei genitori ... Se hai ancora un po’ di tempo e voglia e il prurito ti lascia in pace chissà se questa potrebbe essere una direzione di ricerca.”

Partendo dalla premessa che la maggioranza dei genitori sta vivendo una situazione di “buon senso”, motivata e consapevole, sia nell’applicare o meno il co-sleeping, sarebbe stimolante e utile poter ascoltare qualche racconto da parte loro delle motivazioni, dei benefici, delle conseguenze nella crescita, degli sviluppi sulla coppia, delle ricadute sull’intimità. Quest’ultimo tema è molto delicato perché già a livello ormonale nella gravidanza e nell’allattamento la donna fa i conti con un recesso del desiderio che comunque va gestito con sensibilità e rispetto tra i coniugi.

E se poi il co-sleeping apre un tempo indefinito dove le coccole sono per tutti nel lettone, nella coppia è possibile stare così tanto tempo senza avere questo spazio tutto per sé? Mi direte che intere generazioni hanno vissuto per secoli così… ma oggi, proprio oggi con la complessità e la fragilità con cui si scontrano le coppie e di cui sono portatrici, è possibile? E’ rischioso? E’ benefico? Ne vale comunque la pena?

Lasciando da parte le pagine degli esperti e mettendo al centro gli “esperti della vita”, quelli che ogni notte nelle famiglie combattono la battaglia del sonno e vivono le terapie fedeli dell’accudimento con l’una o l’altra filosofia, possiamo parlarne insieme? Senza la presunzione di dover scegliere o decretare la bontà di un modello al posto di un altro, ma aiutandoci senza vergogna a comprendere il panorama familiare che si può godere dall’una o l’altra finestra. E forse ci sono anche casi intermedi che come sempre hanno tinte pastello che possono aiutare.

Insomma questo è il post più incompiuto del blog! Il meno poetico, ma se c'è posto per gli altri è anche il migliore...  C’è bisogno di voi. Non per mettere un punto a capo al post, ma un punto e virgola direi senza essere assoluti. Il punto e virgola è come una poltrona che lascia spazio all'ascolto lento e progressivo, mai rigido. Anzi tanti punti e virgola, arricchendoci di un discorso lungo e articolato come lo è l’educazione e la crescita dei figli. E come è stato fin dall’inizio di questo luogo, che di virtuale ha ben poco, la parola corra a chi i figli ce li ha, li ha avuti, vorrebbe averli, a chi proprio per ora non ci pensa o non li avrà mai ma si sente coinvolto dal tema. Siate generosi e aprite le finestre del reparto notte delle vostre case... sentiamo che aria tira!!!

(Per chi è poco pratico del mezzo, mandi pure a me via mail e poi inserisco io i commenti da parte vostra nel blog).

In ogni caso sono grata al co-sleeping, perché per almeno un’ora mi ha distratto dal prurito infernale, che mi accompagnerà a questo punto fino in sala parto. Fastidioso. Molto fastidioso.

domenica 22 agosto 2010

violapensiero n° 14


Un approccio olistico alla sessualità.



Per molte persone la parola sessualità è sinonimo di rapporto sessuale. E’ una definizione fortemente limitante, che rende molto complicata la spiegazione del ruolo degli ormoni e del loro impatto sull’allattamento! Ma ci proverò comunque.


L’energia sessuale non è nient’altro che una sorgente creativa che scorre attraverso il nostro corpo. Può venire canalizzata nell’attività sessuale, ma anche altrettanto felicemente in attività creative come cucinare una pietanza, curare dei fiori in giardino, dipingere un quadro, scrivere una lettera, cantare una canzone o nutrire e accudire un altro essere vivente.


Una donna che allatta, se prova sensazioni che possono essere definite sessuali quando l’allattamento scatena una risposta ormonale, influenzata da una mentalità diffusa nella nostra cultura ma basata su ristrettezze di vedute e disinformazione, può giungere a pensare che ci sia qualcosa in lei che non va. Gli ormoni prodotti quando si fa all’amore così come, in effetti, quando siamo innamorati, sono gli stessi che il nostro corpo produce durante l’orgasmo, il parto e allattamento. Questa è la buona, vecchia Madre Natura in piena forma, che sfoggia la sua bravura: quindi non denigratela! Il multitasking non è che un’abilità umana.


Le nostre energie riproduttive hanno una potente creatività. Dare vita a un bambino è un’opera d’arte senza pari. Gli ormoni dell’amore e della sessualità intrecciati strettamente tra loro in tutti gli aspetti della nostra vita, sono progettati per nutrirci dalla nascita alla morte, nel corpo e nell’anima. Allora, in nome del cielo, per quale motivo vogliamo nascondere o denigrare una forza benefica così potente? Una visione olistica della sessualità implica anche riconoscere che la relazione più intima che possiamo intessere è quella con noi stessi.


Il partner ideale è una gioia, ma non una necessità. Se comprendiamo, amiamo, accudiamo e soprattutto onoriamo la nostra vasta, sfaccettata natura sessuale, otteniamo una sana relazione con noi stessi, e questo potrà portarci alla guarigione.


Il sesso, di per sé diviene pericoloso e nocivo, quando si manifesta sotto forma di desiderio di dominare, di senso di colpa, di bisogni infantili insoddisfatti e di vergogna. Uno degli aspetti più potenti di una sessualità sana è la trasformazione dell’orgasmo in un’esperienza che coinvolge tutto il corpo, piuttosto che localizzata a livello genitale. L’orgasmo viene percepito da entrambi i partner come una sensazione che trascende il piano fisico. Non c’è quindi senso di separazione. Sotto molti aspetti, l’energia di una relazione sessuale sana e matura può essere equiparata a una relazione di allattamento riuscita. Ha a che fare con il dare e il ricevere, lo yin e yang, i flussi e i riflussi.”

Veronika Sophia Robinson, Allattare secondo natura

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’allattamento al seno

In questi giorni sono stata un po’ affaticata fisicamente, mettici l’insonnia, anche se qualcosa in più sono riuscita a dormire, più un senso di nausea potente che mi ha tenuto abbastanza a letto unito ad un prurito vertiginoso e incontenibile partito dalla pancia ed evoluto ovunque assieme a dei puntini rossi inquietanti. Sto grattando in modo isterico anche mentre vi scrivo. Probabilmente è il fegato, ma devo fare degli esami nelle prossime ore. Nel frattempo abbiamo fatto le prove generali di andata in ospedale per accertamenti non previsti, portando via anche il borsone… perché non si sa mai. Ora che la glicemia del diabete era sotto controllo, ci si mette il fegato. Sembra un’escursione con passaggi ferrati fino all’ultimo metro dalla cima, ma non demordo e continuo a pensare che non sia una malattia, ma la vicenda più straordinaria che una donna e una coppia possa vivere. Diciamo che fa i conti con gli ormoni sotto tutti i punti di vista.

Avendo questa forma di diabete gestazionale (ovvero la glicemia da tenere sotto controllo, in realtà esperienza normalissima per una donna gravida, ma si tende ad enfatizzare molto e a somministrare l’insulina a mio parere con troppa leggerezza), la mia gravidanza è considerata a rischio e quindi rientra sotto tutta una serie di protocolli, per cui anche superata la data presunta, il personale ospedaliero è tenuto ad indurre il parto. Ieri il ginecologo dell’ospedale mi diceva “se ora ci fosse una patologia legata al fegato, si rischia un parto anticipato…” insomma il secondo natura è proprio difficile da intercettare per quanto una donna si prepari lungo i nove mesi e attivi tutte le risorse e le strategie possibili. Quante donne coltivano il desiderio di un parto naturale e ad esso si preparano con dedizione e poi di fronte ad alcune complicazioni dell’ultimo minuto devono cedere all’evidente necessità di un cesareo? Quanto affetto e tenerezza meritano. In questi giorni convivo con la possibilità che possa capitare anche a me. Ero preoccupata che Viola fosse in posizione podalica e mesi fa le ho parlato un sacco perché assumesse la posizione migliore. Non dico che si è sistemata per questo dialogo, ma una madre non rinuncia alle sue innumerevoli risorse. Ora che è in posizione, potrebbero esserci altri svariati motivi per non partorire naturalmente, ma rimango fiduciosa e continuo a dedicarle pensieri perché possiamo passare di lì ed incontrarci stanche morte entrambe. Anche se temo che in questi giorni le giungano con maggior efficacia più le mie “grattate” che i miei dolci pensieri per lei. Che malessere e che fastidio; scrivo così almeno tra un tasto e altro non mi tolgo uno strato di pelle!


Quando penso ad una soluzione poco naturale, il primo pensiero è l’allattamento. Ho paura che ciò comprometta la naturale inondazione di latte materno che tutti vorrebbero per i propri figli. Tengo già nel borsone il numero della consulente della Lega Latte – La Leche Legue (www.lllitalia.org) e confido nel sostegno del personale in ospedale per provarci in ogni modo.

Mesi fa quando un’amica mi parlò di questa esperienza e dell’aiuto che aveva avuto da una signora che aveva partecipato alle loro attività, ancora con una timida pancia mi informai di come potevo partecipare ai loro incontri e iniziai subito fin dal quarto mese ad andare agli incontri mensili di quest’organizzazione di volontariato che dal 1956 in tutto il modo promuove l’allattamento materno.

Donne sedute per terra in un salotto di cuscini, chi con la pancia, chi con le tette al vento e bambini attaccati o rilassati post poppata. Consulenti leonesse sul piede di guerra contro ogni forma di consumismo e disinformazione che allontani la donna da questa esperienza divina e al contempo, se non funziona o parte al meglio, dolorosa e difficile a compiersi. Se definisco queste consulenti integraliste, penso che nessuna di loro si possa offendere, nel senso che hanno interiorizzato questo obiettivo così tanto con tutte se stesse, che lo difendono senza se e senza ma. Qualche timida ragazza potrebbe rimanere travolta dalla loro energia, ma sta a ciascuno saper acquisire con flessibilità e senza paura l’aiuto che ti possono donare. Un po’ con lo stesso spirito con cui ho fatto riferimento a tante altre esperienze e letture in questo blog, senza nessun senso di assoluto, ma tante opportunità da conoscere e valutare.

Passato il tempo delle famiglie davvero “allargate” che vivevano e crescevano i figli assieme, le madri sono rimaste sole per decenni e in questa solitudine alcune derive consumistiche hanno dettato l’agenda affettiva e comportamentale di molte di loro. Ora grazie alle possibilità di sapere e condividere a partire dalla rete e da altre esperienze in presenza, le donne possono compiere una gravidanza e una maternità di nuovo “in comunità”. E di questo dobbiamo essere contente e pronte a non perdere queste opportunità.

La Lega Latte ha fatto allattare donne in situazioni impensabili. La loro forza viene dalla convinzione (ormai attestata ufficialmente!) che il latte materno sia la miglior alimentazione biologica e spirituale che una madre possa donare al figlio. Convinzione che hanno in comune con l’autrice del libro “Allattare secondo natura” (edito sempre da Terra Nuova) di cui spero di potervi riproporre altre pagine. Non vi dico fino a che età hanno allattato le bambine di Veronika, perché potrei stimolare in voi dei pregiudizi legati al sapere quest’unico dettaglio. Si tratta di esperienze che vanno lette dall’inizio alla fine e ascoltate nelle motivazioni, così come ogni donna che si ritrova a non poter allattare al seno va rispettata e sentita nel suo racconto. Anche se dovessi ritrovarmi in questa condizione, è un libro che non maledirò mai e che sarò entusiasta di aver letto sempre e comunque. Certo, anche qui, come quando s’incontra la Lega Latte all’inizio, ci sono pagine ardue che possono sembrare davvero distanti dalla nostra sensibilità e dal nostro panorama culturale. Un inaspettato regalo della gravidanza è proprio la capacità di abbattere alcuni steccati di pensiero che a volte si nutrono solo di leggi economiche e di praticità, ma che nel tempo si sono mascherati come valori. Sentire, capire, ascoltare, sperimentare sono i verbi che mi rimangono dei nove mesi.



Nei salotti al femminile della Lega Latte ho davvero ammirato in tutto il suo splendore la sessualità sana e matura dell’allattamento. Ricordo con simpatia un incontro in cui la consulente invitava un nonno che aveva accompagnato la figlia all’incontro a rimanere con noi, ma si percepiva che si vergognava a stare in un gineceo a tratti così svestito e naturale nel suo proporsi. Se ripercorro le sequenze degli incontri con delle donne così maestose post partum con i loro seni all’aria aperta, rivedo le bagnanti di Picasso, le donne amiche che corrono sulla spiaggia. Alla forza travolgente e deliziosa che le accompagna. Alla solidarietà e il sostegno reciproco che il mondo femminile non dovrebbe negarsi, oltre i legami di conoscenza e amicizia, ma con quella gratuità e libertà che il dare alla luce ti fa sentire in ogni centimetro della tua persona.

In quegli incontri ho anche assistito alle fatiche e incursioni dolorose che può comportare l’allattamento. Come ogni esperienza di sessualità non è detto che sia tutto lineare e si può inciampare in problematiche fisiologiche ed altre difficoltà legate ad aspetti psicologici ed emotivi. Dove le prime tante volte derivano dalle seconde. Anche qui, non molliamo, chiediamo aiuto, ci sono anche tanti altri riferimenti oltre alla Lega Latte, associazioni, ostetriche e anche un libro può aprire qualche spiraglio. Il mio “Allattare secondo natura” è pieno di pagine con le cosiddette “orecchie”, così tanti sono i pensieri spirituali che mi sono entrati nel cuore oltre ai numerosi consigli pratici che si possono sottolineare.

Rimane come non solo l’atto del concepire appartenga alla sfera della sessualità. Ritorna il parto come esperienza sessuale, come già c’ispirava quel papà nel libro “Parto di testa”. Ora si aggiunge l’allattamento. Ammirando questo straordinario percorso, sono emozionata per tanta ricchezza mediata dai nostri corpi che Dio ha voluto donarci.

mercoledì 18 agosto 2010

violapensiero n°13



Il bambino immaginario



Fantasie, sogni, desideri: è attraverso l’immaginazione che la figura del figlio inizia a prendere forma, nella mente della madre, durante la gravidanza. Ed è questo «bambino immaginario» che ogni donna comincia ad amare, a sentire suo, nel periodo dell’attesa. E il padre? Come immagina il proprio figlio?


Sia la madre che il padre intrecciano fantasie attorno al bambino che verrà, ancora tutto da inventare: un processo molto importante per diventare genitori. Si prepara così non solo la culla, il corredo, la stanza. Ma anche uno spazio mentale, affettivo, dove accogliere l’ospite. Tuttavia sono molto diversi i modi in cui il «bambino immaginario» irrompe nella fantasia e nei sogni dei futuri genitori.


L’uomo immagina di solito un bambino reale, già nato e magari un po’ cresciuto, un trottolino con le scarpe ai piedi, pronto a seguirlo nelle sue attività. Pensa di giocare con lui, di tenerlo vicino mentre si dedica al bricolage, o a qualche altro hobby. Oppure di portarlo con sé allo stadio, in montagna, in barca, a pescare in riva ad un fiume… Prima ancora che nasca, proietta già il figlio in una realtà futura, dai contorni precisi, come i comportamenti e le azioni che lo legheranno al bambino. E’ quindi un modo già molto attivo, concreto di immaginare il figlio e la relazione con lui, basato sul «fare insieme».


La donna invece tende ad immaginare il bambino ancora come parte di se stessa, all’interno del suo corpo e della sua mente. Lo nutre di fantasie mutevoli, in gran parte inconsce, che si riallacciano alla sua stessa infanzia e ai suoi sogni di bambina, quando fantasticava un figlio per sé giocando alle bambole. E’ il bambino del sogno, «il bambino della notte», sedimentato nell’inconscio femminile che riemerge in gravidanza: e proprio per questo le fantasie sono così mutevoli e illimitate. Per la donna il bambino immaginario può essere «tutto»: biondo o bruno, con gli occhi azzurri o castani, maschio o femmina… E, se lo immagina già nato, è un bambino ancora molto piccolo, da tenere racchiuso fra le braccia, da nutrire, coprire, riscaldare, coccolare.


Questa diversità nell’immaginare il futuro bambino rispecchia già in gravidanza un diverso atteggiamento, maschile e femminile, paterno e materno, verso il figlio. Da un lato la madre si accinge a proteggerlo, nutrirlo affettivamente e fisicamente. Dall’altro il padre si prepara invece ad incrementare la sua autonomia, la sua voglia di crescere.”

Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin, A piccoli passi

La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni



Oh si, mentre attorno a noi amici e parenti si stanno godendo le ultime briciole di vacanze e di estate, io e mio marito ci stiamo godendo gli ultimi sgoccioli del nostro “bambino immaginario”, che è un po’ come un autobus verso la fine della corsa, sempre più sgombro ma vissuto. E' un epilogo per tutti: il nostro un po’ meno viaggiante di chi c’è attorno, anzi proprio ancorato all’attesa della rottura delle acque e alla vicinanza dell’ospedale. Eppure con la fantasia abbiamo a dir poco vagato.

E’ sempre disarmante ritrovarsi descritti al millimetro in un testo; ci si sente piccoli e prevedibili, ma anche in compagnia. A piccoli passi è un libro che consiglio e che ti fa provare più volte questa sensazione. Non è proprio breve, ma è agile e ben scritto. In formula di intervista attraversa, proprio come i piccoli passi del bambino, i più svariati argomenti destrutturandoli da vari punti di vista. La psicologa e scrittrice Vegetti Finzi è equilibrata e ha la capacità di raccontare cose complesse con parole semplici. Un’arte.



Mio marito riesce ad immaginare Viola anche fisicamente. Io che ce l’ho in pancia da 9 mesi non riesco a vederla. Quantomeno sembra un po’assurdo. Nella madre vige il primato del sentire; la fisicità ospitata così a lungo dentro di sé determina un’immaginazione molto più emotiva, legata proprio al prendersi cura, una dinamica che per rappresentarsi nel nostro immaginario non ha bisogno di un volto. Le ultime ecografie (fatte più per zelo dei medici, che per reale necessità) le ho vissute con trepidazione al minimo storico, vedere Viola era secondario e poco emozionante. Il vero spettacolo era sentirla dalla mattina alla sera gongolarsi nella sua piscina.

Il papà è proiettato verso il bambino adulto; la mamma verso il neonato indifeso che cercherà subito il suo petto. E con la speranza sempre inquieta di essere all’altezza della situazione. La madre è più primitiva e animalesca e parlare di modelli educativi, nei limiti del possibile e senza rigidità, prima della nascita è quasi più semplice per il padre che non per la madre. E se guardo come entrambi ci relazioniamo con i figli di amici, rivedo questa dualità sia nei dialoghi sia negli atteggiamenti che mettiamo in campo.

Lo stare insieme, accompagnarsi e scambiarsi in coppia anche queste fantasie diventa l’occasione per intrecciare ancora una volta il maschile e il femminile. Ho bisogno di capire cosa immagina mio marito, di conoscerlo in questo nuovo percorso e di sfrondare lo straniero che alberga in una primissima gravidanza. Mi spaventa che ognuno diventi genitore per conto suo e Viola allo sbarco si ritrovi due isole sconnesse tra loro. Ancor più ho bisogno di cibarmi della concretezza con cui Mauro illustra la fiaba della nostra bambina. E sento che lui ha bisogno delle immagini simboliche con cui sto arrivando passo passo al “download” di Viola. Così qualcuno simpaticamente via mail mi definiva il parto.

Ce ne sono di cose da confidarsi in coppia durante una gravidanza. Al contempo, a parere mio, ce ne sono anche da fare, concretamente forse anche più dell’organizzare un matrimonio. Quelle del matrimonio le sai fare, queste sono tutte nuove… Ecco su poche altre cose mi sento di dare consigli, ma su questo un po’ si, perché sento che la nostra esperienza è stata positiva e lieta. Sul fare lasciatevi aiutare – o chiedete aiuto, se non arriva – e non lasciate che il dover adempiere e preparare tante cose vi rubi l’immaginario e la sua condivisione. Anche per immaginare il proprio bambino c’è bisogno di meditazione, di silenzio, di tempo per sé, di riposo e così pure per raccontarselo tra madre e padre.

Anche i nonni hanno bisogno di partecipare a questa vicenda di gioia e di umanità, ma possono vivere il fronte “fare” con maggiore intensità, perché portandoci alla luce hanno già attraversato questo immaginario e possono lasciarci tranquilli a viverlo con la giusta densità (e calma!). Concretamente faccio degli esempi che forse vi sembreranno banali, ma tante volte sono mamma e papà che si ritrovano a dover pensare a tutto e nel frattempo volano via i 9 mesi.

I miei suoceri hanno risistemato il mio lettino di 34 anni fa, creato lenzuola, paracolpi, trapuntina, riduttore al posto della culla… sistemato il fasciatoio per riuscire a starci in appartamento con tutti questi nuovi oggetti sempre molto grandi… la mia mamma ha cucito le camicie da notte per l’allattamento e le vestaglie, ha lavato tutti i vestitini per l’ingresso di Viola nel mondo e così via. Ora stanno preparando un po’ di cose buone da lasciarci per le prime due settimane dal rientro dall’ospedale, così da poterci concentrare sulle primissime azioni e emozioni con Viola senza troppe ansie o incombenze.


Al di là delle cose artistiche che ciascuno ha confezionato con le sue mani, che fanno concorrenza alle cose da sogno che ti propongono nelle riviste e del risparmio notevole ed essenziale acconsentito, ancor più hanno potuto desiderare e amare Viola predisponendo il nido di paglia, lasciando a noi lo spazio e il tempo per dedicarci a quella culla impalpabile dell’interiorità. Ci hanno lasciato il bambino immaginario. Beh, grazie!

Mia suocera mi dice sempre “spero di non essere stata invadente” nel preparare queste cose; io continuo a rassicurarla e senza sensi di colpa le ammetto che oltre ad aver creato cose bellissime, mi ha fatto un favore, perché la mia e nostra priorità era fare spazio a Viola non in appartamento (aspetto comunque essenziale!), ma nella casa più intima mia personale e di coppia dove spostare e mettere a soqquadro, fare qualche piccolo trasloco di stanza non è sempre così veloce e indolore. Viola ha bisogno di entrambi i nidi e le famiglie sono di più generazioni, forse, per assicurare che nessuna di queste culle manchi all’appello.

Si, questo è davvero un consiglio, senza presunzione, ma ghiotto della serenità che ci è rimasta addosso nel dedicarci al bambino della notte e dello stadio e dell’affetto di chi ci ha aiutato concretamente. Forse anche questo blog è l’espressione dell’immaginario e del simbolico che Viola porta con sé e dell’aiuto che non c’è stato negato. Aiuto che è diventato pensiero. Pensiero che è evoluto in condivisione. Una bella conversione!

domenica 15 agosto 2010

violapensiero n°12

Un medico parla con franchezza. (sull’EVN - educazione al vasino per neonati)



Non sono venuta a sapere di questo metodo di educazione al vasino in tempo per poterlo usare con le mie prime due bambine. Da medico quale sono, non avevo mai dato la minima importanza a questo genere di cose. Anche durante i miei numerosi viaggi all’estero non ero mai venuta a conoscenza di questo metodo. E’ una di quelle cose che non entrano nella coscienza fin quando non si diventa genitori. Inoltre, all’università ci hanno insegnato che è fisicamente impossibile educare un neonato alla gestione dei bisogni fisiologici, e questo è ciò che poi noi raccontiamo ai nostri pazienti. Così, la possibilità di un’educazione precoce al vasino mi ha colto veramente di sorpresa. […]


Di certo l’educazione al vasino in età precoce è impegnativa. Provando a fare un calcolo giornaliero, alcuni giorni dedico fino a un’ora all’addestramento al vasino. E’ un aspetto su cui riflettere: qui in Occidente siamo troppo indaffarati, troppo distratti da mille cose da fare. Io penso che in un modo o nell’altro, dobbiamo fare i conti col sederino dei nostri bambini. Possiamo farlo nel modo giusto sin dai primi mesi di vita, o possiamo posticipare il processo rieducando il bambino più tardi, ma questo può comportare difficoltà maggiori. Non possiamo cambiare questo schema a meno che non abbiamo realmente la volontà di cambiare. E’ una decisione individuale della madre. Non mi sento a disagio se qualcuno ammette onestamente di essere troppo indaffarato per applicare questo metodo. Sono convinta che se i genitori fossero realmente consapevoli dell’impatto ambientale e dei danni potenziali causati ai bambini dal fatto di rimanere a lungo in pannolini bagnati od esposti ad agenti chimici come la diossina, sarebbero più motivati a sperimentare l’educazione al vasino in età precoce. Come medico, se vedo una mamma il cui bambino presenta irritazioni cutanee da pannolino, posso pungolarla un po’, raccomandandole di tenere il bambino in un tessuto o lasciarlo all’aria aperta o che provi qualcosa di nuovo come l’uso precoce del vasino. In ogni caso ci deve essere una motivazione, per cambiare comportamento nella nostra società non è facile mutare le abitudini. I pannolini usa e getta sono semplicemente troppo comodi… ma a che prezzo! […]


La medicina occidentale insegna che, dal punto di vista neurologico, non è possibile l’educazione al vasino nella prima infanzia. Non so da dove venga questa idea. Sembra trattarsi semplicemente di nozioni trasmesse da una persona all’altra a partire dall’esperienza pratica. Non mi è mai capitato di imbattermi in studi approfonditi sulla materia. I profani non si rendono conto di quanta parte della medicina convenzionale poggi le sue basi su fonti che non sono altro che “il sentito dire”. […] L’idea corrente che porta a ritardare l’addestramento al vasino ai 15 mesi ed oltre per la presunta immaturità neurologica da questo punto di vista è infondata, data l’abbondanza di prove contrarie contenute in numerosi resoconti provenienti da altri paesi. A chi vi sentite di dare più credito, a milioni di neonati asciutti di 6-9 mesi di età o ai cosiddetti esperti? […] Un altro fattore che ostacola la diffusione dell’ EVN negli Stati Uniti e in Europa è il consumismo. Troppo spesso i medici costituiscono involontariamente la testa di ponte di specifici interessi commerciali: farmaci, alimenti per la prima infanzia, pannolini usa e getta. Sono pienamente consapevole che buona parte di quello che so in fatto di prescrizione di medicinali mi sia stato passato dai rappresentanti di ditte farmaceutiche, i cosiddetti “informatori scientifici” che hanno un prodotto da vendere. I produttori di pannolini usa e getta hanno tutto da perdere dai medici che incoraggiano l’EVN o l’impiego di pannolini in tessuto.


Sin dai primi giorni di vita, gli ospedali forniscono pannolini usa e getta, con la giustificazione che sono più igienici di quelli in tessuto, ma tutti i medici sanno che la diffusione dei germi è da attribuire in primo luogo a coloro che si prendono cura del bambino, il tipo di pannolino utilizzato c’entra poco. E’ molto difficile entrare nella torre d’avorio della medicina convenzionale ed è una grande sfida quella di cambiare il modo in cui i medici ricevono l’informazione. […] Le menti si stanno aprendo perché sempre più pazienti richiedono un approccio olistico alla salute. […] E’ un processo lento quello che porterà all’estinzione di alcuni dei vecchi paradigmi. Spero non sia necessario attendere un ulteriore aggravamento delle condizioni ambientali a causa del nostro stile di vita. Man mano che cresce lo scambio tra culture diverse, aumenta la richiesta di informazione da parte dei pazienti e i medici stessi diventano più ricettivi. E’ una rivoluzione che deve avvenire.”

Laurie Boucke, Senza pannolino

Come educare al vasino sin dai primi mesi di vita



La testimonianza – scusate la lunghezza, ma meritava – di questa dottoressa americana è ancora del 2000 e si trova nell’appendice del libro edito nel 2006 da Aam Terra Nuova (una collana che vi aiuta a pensare – e gestire, nessuno si offenda di questo verbo - il vostro bimbo ecologico) che accompagna passo passo all’educazione precoce al vasino. Per i dettagli tecnici dell’addestramento (anche qui i più “poetici” non si spaventino di tali termini, che sono usati per dare il senso quotidiano e operativo della pratica che attende i genitori) potete consultare anche il sito http://www.evassist.it/sitenew/ - crescere senza pannolino. In realtà si tratta di una pratica che oltre a determinare un minore – ma tanto! – impatto ambientale e attivare un processo d’indipendenza del bambino fin dalla nascita, crea una complicità e una comunicazione tra il neonato e i genitori davvero stupefacente e si, anche poetica in questo caso. Eppur si tratta di cacca e pipi. Ma De Andrè ci aveva già avvisato!

Come tutte le conquiste potete già immaginare che il percorso non è indolore, ma la posta in gioco è ancora più alta dei popolini su cui ci siamo già intrattenuti. Ambiente, persona e relazione mi sembrano le tre dimensioni che ne escono rafforzate. E forse in modo più sensato di quanto ci proponga ogni tanto il ministro Brunetta in occasione delle sue riflessioni sui “bamboccioni”. Ecco, i neonati per comodità (mi tiro dentro, siamo tutti complici di questo stile di vita) li trattiamo da bamboccioni, perché li educhiamo per anni a farsela addosso e poi gli chiediamo di fare retromarcia e di provare a perdere questa abitudine, che noi gli abbiamo incollato giorno per giorno al sederino.

Per esempio, ma si potrebbero citare altre aziende, a nessuno di noi viene in mente di denunciare la Pampers perché nel suo marketing ci incita a seguire la scala di P-R-O-G-R-E-S-S-I (ma per chi? Per il bilancio aziendale, non sicuramente per il bambino incontinente!) Se avete dei dubbi http://www.pampers.it/prodotti/prodotti_progressi.php e in ogni caso nel loro slogan è pure ammesso nero su bianco. Recita così: Nasce____Cresce____Corre!! Il corre prevede la taglia “extralarge” per un peso di 16 kg (toto età? I forum dicono che siamo tra i 2 e 3 anni!) e tanto per fare un po’ di sano teleforum sulla pubblicità analizziamo anche la frase che accompagna questa taglia:

“Crescendo, il tuo bambino si trasforma in un piccolo adulto: desidera indossare la sua prima mutandina, anche se ha ancora bisogno dell'assorbenza del pannolino. Per questo, Progressi ha inserito due nuove taglie (5+, 6) con un prodotto super sgambato come una mutandina, ma con il maggior potere assorbente di Pampers, per contenere anche pipì da campioni.”

Siamo intelligenti: non servono commenti, se non specificare che ci trattano da rimbambiti.

Sempre la dottoressa americana aggiungeva che se i bambini “si educano sin dalla nascita al vasino, impareranno che nella vita vivere è molto più che stare seduti in un pannolino.” Allora, il ministro Brunetta oltre ad esternare pareri su universitari e trentenni a casa con mamma e papà, dovrebbe avere anche un incontro ravvicinato con i responsabili aziendali Pampers e legiferare sulle pipì da campioni. Proponiamoglielo nel blog http://www.renatobrunetta.it/.

Tranne l’occidente più opulento, il resto del mondo fa uso di questa pratica, ognuno con le sue specificità culturali. Sarà proprio vero che la ricchezza genera progresso? Nel libro Senza pannolino sempre in appendice vengono fornite indicazioni sui paesi che utilizzano EVN per eventuali scambi (nell’era globale!) sul come riuscire nell’addestramento. Alla fin fine è una bella parola, mi piace. E’ usata in modo non violento, assolutamente non militare che apre alla pace (dei sensi del culetto). Beh, per l’Europa sono indicate solo Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania, Russia, Turchia. Ah, ma allora non portano solo clandestini e criminalità… potremmo anche imparare??!! Questo potremmo scriverlo ad un partito, ma mi fermo qui, perché oggi divento troppo politica e faziosa. Purtroppo loro da noi invece imparano la comodità e perdono per strada la forza delle loro pratiche educative. Dio benessere!

Veniamo alla nostra famiglia, altrimenti è facile fare l’omelia domenicale (oggi ci sta proprio!).

A 15 giorni dalla data presunta del parto, non posso sapere se io e Mauro saremo in grado di farcela, ma so che vogliamo provare l’addestramento! In casa per il rientro dall’ospedale per non trovarci sommersi dalla pipi ancora inesperti abbiamo sia dei prototipi di popolini, come raccontavo tempo fa, sia una confezione di Pampers progressi n. 1. Ma anche due V-A-S-I-N-I. (Mentre li compravamo ancora con il pancione, tutti infatti mi guardavano strana. Effettivamente siamo in anticipo per la cultura italiana). E altri due acquistati sempre all’Ikea (e siamo a quota 4 per 6 euro, un costo accessibile che si può ammortizzare con altri figli) sono già stati consegnati nelle case dei nonni paterni e materni per eventuali soggiorni. Mentre li compravamo mio marito mi ha pure suggerito di prenderli tutti VERDI (e non di più colori come stavo facendo creativamente al femminile), così da non confondere Viola. In quel momento ho percepito che siamo una famiglia! Forse tra breve sarà più puzzolente di quella del Mulino che vorrei, ma una famiglia. Sono le piccole intuizioni che ti dicono che stai camminando insieme.

Io non ho mai cambiato pannolini in vita mia, ma desidero che questa verginità sia l’occasione non per farmi dire dall’amato prossimo che non si tira mai indietro nel giudicarti “fai presto tu a parlare, prova prima!”. Una pacca sulla spalla di incoraggiamento, no? Si provo, ma voglio provare tutte le strade che ho a disposizione e in primis quelle che non distruggono il creato. Ed eventualmente ammettere che non ci siamo riusciti, ma che abbiamo provato.

Il libro forse è difficile da reggere a livello di nausea: 200 pagine di pipi e cacca illustrate in varie modalità di evacuazione, mettono a dura prova tutti, ma in realtà è un testo molto equilibrato che aiuta i genitori a non sentirsi frustrati se non ci riescono, a non essere integralisti con il bambino, a conservare delicatezza e flessibilità e a non fare gare con figli precedenti o con figli di altri.

Forse queste pratiche ci renderanno meno efficienti al lavoro, meno brillanti, meno belli e rampanti, con le culle meno fashion, con i tappeti trendy rovinati dalla pipi?? Dai, un prezzo accettabile, se possiamo contribuire a non vedere gli scenari da fantascienza che la tv sta mandando in onda questa estate da ogni parte del mondo. E da esperta di cinema, vi assicuro che la Russia così non l’avevamo ancora vista in nessun film americano post guerra fredda!

Oggi è il giorno del Magnificat, l’Assunta l’alleanza tra cielo e terra. Se vogliamo unirci al cielo, intanto riprendiamoci la terra.

p.s. parliamone!