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sabato 7 agosto 2010

Violapensiero n°8


Mercé Anglada ha fatto nascere più di diecimila bambini, senza contare i gemelli. Ha cominciato nel 1962, ha finito quest’anno: ostetrica per quarantaquattro anni, ha visto passare dalla sala parto tre generazioni di medici. Non si è mai sposata, non ha avuto figli. «Mi telefonavano gli amici dalla spiaggia, certe sere d’agosto, e io ero lì accanto a una madre con le doglie. Potevo andare? Mi sembrava di no, non potevo lasciarla e dunque non andavo. Ogni tanto, oggi che sono in pensione ripenso alla vita fuori e la vedo scorrere come un film a cui non ho partecipato. Decine di appuntamenti che ho promesso e poi mancato, feste dove pensavo di arrivare magari in ritardo e non arrivavo affatto, viaggi e vacanze da cui ricevo cartoline che dicevano “Manchi solo tu”. A volte è stata dura, un paio di volte durissima. Però il miracolo era qui dentro, in questa stanza. Non ci si abitua mai, è incredibile, ma è proprio così: ogni volta è la prima. Ogni bambino che ho preso per le spalle, per i piedi, per un braccio e che ho tirato dentro questo mondo è stato un po’ anche mio.» […] «Ho imparato a riconoscere quasi subito, per esempio, che quando la madre grida “muoio”, è il momento in cui il bambino nasce.» Partorire è un po’ morire. «Esattamente. Al principio mi spaventavo. Pensavo: muore. E invece succedeva sempre lo stesso, perciò si può davvero concludere questo: la sensazione di morire è quella che coincide con la nascita. Un volta, certo. Quando non esistevano le anestesie. Quando le donne mordevano, graffiavano, ti stringevano fino a buttarti a terra. Ora guardi che calma, non si sente un sussurro. Una volta la prima cosa che chiedevano era: “Maschio o femmina?”. Ora lo sanno già, e sanno anche se sono gemelli. Mi ricordo negli anni Sessanta la faccia che facevano quando dicevi: “Piano che ne arriva un altro”. Qualcuna diceva anche: “Un altro no, per favore”. Poi però andavano a casa felici.» […] L’emozione più grande. «Stavo facendo un’esplorazione di routine ad una donna che aveva iniziato il parto, quando il feto, che aveva il braccio sopra la testa, allunga la mano e mi stringe un dito. Fu uno spavento pazzesco, gridai. Però una cosa stupenda, ancora me la sogno certe notti.» Adesso è tutto molto diverso, tutto più tranquillo. «I familiari che aspettano fuori l’unica cosa che chiedono quando il parto è finito è il peso del bambino. Del resto sanno già tutto. La prima domanda è davvero sempre questa “Quanto pesa?” La cosa che mi colpisce, soprattutto se penso agli inizi è che nessuno chiede mai subito come sta la madre. Nessuno tranne la madre della madre, che sempre – sempre – chiede per prima cosa come sta sua figlia.»





E’ l’alba, il gallo canta sempre come un orologio svizzero. Dopo questo testo compiuto, ho rispetto di aggiungere  poche righe. Sembra una poesia in prosa.

Vorrei affacciarmi dalla finestra per guardare fuori l’immobilità della vita, che caratterizza questi orari insoliti, ma la pancia m’impedisce di riuscirci. Mi intima di stare indietro, quel tanto che non mi consente di vedere verso il basso, ma di tenere sempre e solo lo sguardo verso l’alto. E’ una sensazione strana, ma simbolicamente pregnante.

Una madre anche se percepisce che potrebbe non farcela, pure nel peggiore dei modi… non guarda mai il basso dei suoi piedi, va oltre, l’orizzonte ha sempre la meglio. Forse non lo diciamo, ma sono certa che ognuna di noi medita in cuor suo, che potrebbe anche morire nel dare alla vita eppure non ci spaventa. O almeno per me, e mi auguro non per gli ormoni, la forza della vita che sento andare oltre me stessa, non mi getta nel panico di questa remota ma possibile eventualità.

La citazione viene sempre dal libro di Concita De Gregorio già proposto in occasione del duello Pippi-Pinocchio e dalla sottoscritta ampliato ad Hello Kitty.

Nascere porta con sé anche la morte, lo diceva anche Giovanni nel suo commento al post sui padri.
Morirò? Si, in ogni caso un po’ morirò, nel fisico e nell’anima. E’ un’opportunità. Chissà se il post partum rientra teologicamente nelle forme di risurrezione. Ci parlano solo di depressione. Magari aiuterebbe.

La mia pancia si è abbassata molto, il davanzale su cui poggiavo le braccia comodamente non esiste più, sento che Viola spinge, è incanalata per essere tirata nel mondo da braccia accoglienti. Percepisco che il momento della “bella morte” potrebbe essere sempre, questione di giorni…

L’unico desiderio che mi porto dentro è quello di trovare un’affamata della vita come quest’ostetrica. Un’amica che come Caronte farà con me questo trapasso benefico. Che sarà complice anche con mio marito.

Sono stati 9 mesi di forte medicalizzazione; alcuni approcci li ho detestati con tutta me stessa. La nutrizionista, una donna davvero in gamba, che in questi ultimi 2 mesi mi ha letteralmente liberata da questa modalità di alcuni suoi colleghi tutta protesa alla malattia, l’altro giorno salutandomi mi ha detto: “Sono certa che la tua prossima gravidanza si concluderà con un parto in casa accompagnata prima e durante solo dall’ostetrica”.

Senza essere assoluti e firmare un parto in casa, prima di aver vissuto il primo all’ospedale… però si, se le condizioni di salute lo permettono, riprendiamoci tutta l’anima di vita, senza patemi ospedalieri, che scorre in questa esperienza.

Mercé Anglada è un nome che racchiude come ringraziamento tutti i nomi di donne che sono state capaci o lo sono tuttora di accompagnare nel dare alla vita. Pensando alla “vocazione” dell’ostetrica mi viene in mente ciò che potrebbe essere un prete per le persone, futuristico? Chissà, magari si potrebbe cedere qualche ora di lezione di quelle che si tengono in seminario a donne come Mercé.  Va beh, non ci compete.

martedì 3 agosto 2010

violapensiero n°7


“Meno 6 mesi, 2 settimane, 6 giorni

Lui





Qui bisogna fare due conti. Banale, prosaico, inelegante, ma necessario. […] Cominciamo tagliando il superfluo. Per dire: è ormai un anno che in casa usiamo detersivi biodegradabili al 100%. Detersivo per i piatti, per i vestiti (che laviamo a mano: la lavatrice è un lusso che ancora non c’appartiene), ma anche sapone per le mani e per la doccia (per le parti intime, siamo affezionati ai buoni vecchi inquinanti. Ma questa è un’altra storia). E’ un gesto di cui ci vergogniamo un po’. Perché l’ecologia ha un prezzo e anche sentirsi buoni, sentirsi civili – non so bene come definirlo – ha un prezzo. Pure alto. Paghiamo 8.75 euro il boccione di detersivo per le mani che potremmo avere ad un quarto. Trovo del tutto imbarazzante che questa pace costi. […] Lavando i piatti pensavo al risparmio. Ed è stato immediato concludere: si ritorna al vecchio sapone Esselunga, o Standa o Auchan. Neanche una marca di quelle che fanno pubblicità, di quelle che si sa che sgrassano da matti, basta proprio il sapone entry level di un supermercato ( per usare un gergo da aziendalismo allegro). Però. Per chi ho comprato il sapone che puzzava e mi costringeva a vergognarmi fino a oggi? Perché ho spento il led del televisore? Ho detto a mia mamma di non comprare più lacca? Perché cerco di fare la differenziata per bene? La risposta è semplice: per chi verrà dopo di noi. […] La cosa si complica. Fino a quando questi posteri erano gente a me sconosciuta, invisibile e intangibile ero in grado di farlo. Poi, ora che la specie si protrae anche attraverso di me. Ora che un postero, lo instrado io giù per il mondo, ecco, proprio ora mi metto a pensare ma andate tutti a cacare. Pensiamo a noi stessi, tanto gli scienziati qualcosa si inventeranno […] Le nonne sono morte da tempo, ma sono sicura che se avessi chiesto loro: “Nonna, hai mai pensato di non avere bambini?”, loro non avrebbero capito la domanda. […] Si nasce, si muore, ci fa delle grandi risate in mezzo, ci si spacca la schiena , e si fanno i figli. Mi avrebbe detto così. […] Come si fa a parlare di futuro, in un paese che non vuole la responsabilità dei figli? No, meglio mettere il tappo, riempire il lavello d’acqua, insaponare tutto, e poi risciacquare.”

Arianna Giorgia Bonazzi e Arnaldo Greco

Sopravvivere all’attesa – Manuale per giovani coppie



Per il toto citazioni del violapensiero: non sono finiti i libri e non si rinizia il giro con quelli già menzionati. Anzi, se Viola non è pronta per essere sfornata, ce ne sono in coda parecchi che vorrei condividere, ma per le pari opportunità volevo dare la possibilità anche al “lui” di questo diario citato nel violapensiero n°5 di dire la sua su un tema, che mi sta proprio a cuore (e a portafoglio!).

Ho appena finito una colazione tutta biodegradabile, in questo caso per il mio fisico, che fa comunque parte dell’ambiente e dell’ecologia a pari merito, che mi costa giornalmente una media di 3 euro. Di solito si fa colazione a casa, e non al bar per risparmiare: nella pasticceria più rinomata di Padova mi costerebbe meno (è ammesso il toto scommesse anche sulla pasticceria!!). Il nostro bancomat viene strisciato in media 3-4 volte alla settimana al negozio biologico raggiungibile a piedi. Almeno la benzina non ha voce in bilancio. Vi tralascio gli importi e spero sempre che Mauro, da statistico, non tracci una curva dettagliata delle nostre spese bio. Quel giorno nell’alta padovana il cielo si oscurerà.

Per rimanere sui detersivi proprio ieri: un multiuso + la polvere per la lavastoviglie = 11€. Bisogna ammettere che la polvere mi dura tanto e consumo una quantità di detersivo inferiore alla classica pastiglia. Rimangono sempre 11€ (non sono pochi per due detersivi) e il nostro livello di vita non è molto diverso dagli autori del manuale di sopravvivenza all’attesa. Forse un po’ meno precari. E al bio, almeno in estate, compriamo solo la frutta, perché in questo periodo abbiamo ben due orti delle rispettive famiglie che intasano il frigorifero di verdure freschissime, altrimenti la curva dei costi crescerebbe in modo esponenziale. Ci sostengono motivazioni, oltre che ecologiche, anche di salute, che posticipo ad un altro post, perché si aprono pensieri sulla medicalizzazione della gravidanza su cui voglio tornare e spero prima della “rottura del tappo”.

Non vi nascondo che il pensiero di “Lui” si respira anche nella nostra famiglia e il senso di frustrazione è grande. Mi piace l’espressione “proprio ora che ne instrado" uno tutto mio. Si proprio ora, nel momento della testimonianza ravvicinata, un figlio tutto tuo con cui dare il meglio di te, dei tuoi valori e delle tue convinzioni per cui t’impegni da anni, i conti alla mano ti impediscono di farlo. Anche mettendo in atto le strategie di condivisione beni con parenti e amici, cercando di non lasciare spazio al superfluo che un marketing violento ti propone come essenziale per nove mesi, un figlio porta con sé già nella gravidanza e nella fase di allestimento concreto per l’arrivo dell’erede in casa, dei costi molto impegnativi che, da come ci dicono tutti con tono allarmante, andranno solo aumentando per “enne” anni.

Siamo come questa coppia: a parte la carta igienica (anche noi abbiamo qualcosa che è rimasto inquinante), tra negozio super bio e linea bio della Coop in questi anni c’abbiamo provato a fare la nostra parte. Abdicare per l’arrivo di un figlio, ti fa sentire idiota. Si, idiota. La famiglia è la culla della condivisione di uno stile di vita e rischi di condividere solo che non ti puoi permettere l’ecologia. E non perché non rinunci al ristorante o ai viaggi: già tagliati!

Come mi si addice, invece di ipotizzare quali spese biodegradabili tagliare, approfittando di questo approccio al femminile del marito di questo periodo (non rischio lo sgozzamento!) ho alzato il tiro. Sono stata nello storico negozio Zut in centro a Padova e ho acquistato due prototipi di pannolini lavabili. Si chiamano “Popolini”. Dal nome che fa simpatia, anche nel vederli, sembra tutto semplice come un film di Walt Disney. Un po’ meno il corredo che accompagna la messa in uso di questa filosofia lavabile.

Ho ipotizzato questo uso “reciclabile”, perché penso che la massa illimitata di rifiuto secco che determina la prole di cui ci facciamo carico, non abbia niente da invidiare alla marea nera che da mesi fa imbiancare quotidianamente Obama. Ma come tutte le scelte di un certo impatto va valutata in coppia e allora eccomi tutta fiera a casa con i miei due popolini e con un’ipoteca simbolica già pendente sopra di me: di 2 di diversi modelli ho già speso all’incirca 30€. Spiego a mio marito come funziona il tutto:

- Ne servono almeno una ventina per riuscire a dare il giro alle espulsioni poco poetiche, che Viola non mancherà di regalarci. Per chi non ha ancora confidenza, in alcuni periodi si va anche sugli 8 pannolini al giorno. Vendono delle valigette di popolini da 10 pezzi che si aggirano in base ai modelli su una media tra i 130€ e i 150€. Servirebbero almeno due valigette.

- Gli illustro i vari modelli e gli elementi pro e contro di ciascuno.

- Rincaro la dose dicendo che bisogna acquistare le mutandine della stessa linea per evitare lo sconfinamento della marea nera.

Vi lascio immaginare la faccia di Mauro in tutto questa mia promozione. Mi guardava come quando mi dice “Non stai presentando un film, non serve che attivi tutte le strategie di comunicazione…”.

Seriamente: ne guadagna in benessere 1. il culetto di Viola, 2. l’ambiente e 3. il bilancio familiare. Spenderesti di pannolini usa e getta comunque molto di più delle 300€ delle due valigette. Il tutto farebbe propendere per la tesi “adotta un popolino” da far girare tra gli amici, che non sanno cosa regalarti con 10-15 euro senza che il loro investimento finisca in un cesto infinito di giocattoli riesumati anni dopo solo dalla Pixar in Toy Story 4. Secondo voi è così semplice?? Magari, come un’alimentazione sana l’ecologia  costa in termini monetari e in termini di tempo e stile di vita.

Tre stadi si frappongono tra noi e il nostro dovere di buoni cittadini:

a) Dopo uno shock iniziale, presumo sia superabile lavare la cacca di tuo figlio (anche se metti della carta bio tra il culetto e il popolino, così mi ha spiegato il signore di Zut, qualcosa sborderà…).

b) Anche se avrai mille incombenze domestiche, poppate infinite, “enne” lavori extra da continuare a fare per sopperire al calo per maternità di uno stipendio già di suo “ecologico”, biodegradabile ma per il bilancio aziendale… forse ce la farai a fare le lavatrici no stop per non rimanere senza popolini. Un plotone di mamme, comprensibilmente esauste, mi ha già detto: “ti aspetto al varco dopo un mese di vita di Viola, altro che popolini… semplifica tutto quello che puoi”. E sarà pure vero anche questo…

c) Ma il vero dramma è asciugarli nell’inverno della pianura padana. Ovviamente, se non hai l’asciugatrice che non possiamo permetterci, men che meno in bolletta! Ma allora dobbiamo acquistare ancora più valigette e una signora che ti aiuti in casa?

All’offertorio del Battesimo mi vedo già un popolino innalzato al cielo della chiesa dalle mani del celebrante.

In un negozio bio che frequentavo anni fa vicino alla mia casa precedente, le auto dei clienti che arrivavano erano al 90% dei Suv immensi che prendevano due parcheggi. Al tempo, senza le spese di una vita a due fuori di casa, mi chiedevo se anche l’eco è un lusso, ora ne sono certa.

So che siamo passati dalle riflessioni filosofiche alla cacca di Viola, ma accumulata con quella di molti altri suoi coetanei la questione diventa filosofica, politica, civile. Vorrei risparmiare all’ambiente 1825 pannolini (una media di 5 pannolini per 365 giorni). Vorrei continuare a fare la spesa bio. Ma è davvero possibile per una famiglia normale? Parliamone.

p.s. E noi non siamo poveri. Ci sono famiglie messe a dura prova che non si pongono nemmeno la scelta del supermercato: solo discount. Tra tutte le ingiustizie i poveri hanno anche quella di inquinare?


sabato 31 luglio 2010

violapensiero n° 6


“I padri contemporanei disturbano. Ma, da sempre, non è proprio questo il ruolo del padre, in quanto tale? Sempre difficile da definire, da comprendere, da descrivere. Sfugge, resta un mistero. La sola definizione possibile è attraverso il modello del padre tradizionale, che è dura a morire. Resiste, nonostante i giganteschi cambiamenti della nostra società. […] Perché è così difficile accettare questi cambiamenti? Perché i padri ci infastidiscono tanto?

La prima ragione è che questo fenomeno va a intaccare l’immagine della madre. Perché se il padre cambia, lo fa anche lei. Lo status delle donne nella nostra società è mutato radicalmente (se paragonato alla loro situazione all’inizio del Ventesimo secolo) e di conseguenza anche il ruolo del padre si è modificato. Si tratta di due evoluzioni concomitanti: le madri si aspettano un’altra posizione. Forse è questo che disturba: che i padri occupino la posizione attribuita alla madre. Nella nostra vita fantasmatica la madre è un idolo intoccabile, e arrivare a scuotere questo ideale è una vera rivoluzione.

D’altra parte però, la nuova paternità intacca anche il concetto di virilità. […] Questi padri coltivano valori incompatibili con la visione tradizionale e idealizzata della virilità. Mostrano di possedere ciò contro cui gli uomini hanno lottato durante i secoli, la roccia primaria che il femminino rappresenta per l’uomo, secondo Freud. Con la loro presenza fisica e attiva accanto ai bambini, manifestano ed esprimono i propri aspetti femminili e infantili. […]

Dobbiamo chiederci se ci troviamo agli albori di un’epoca nuova, che metterà in discussione ciò che François Héritier descrive come un fenomeno universale, cioè che in tutte le società il maschile domina sempre il femminile. Se questo accadrà, è facile comprendere perché i padri danno tanto fastidio. Perché non disturbano solo le nostre famiglie, ma le fondamenta stesse della società. Sono i pionieri della società di domani.”


Simone Korff-Sausse,

In difesa dei padri -

Un ruolo da riscoprire, un mestiere da imparare di nuovo



Se questo testo fosse un film di e con Clint Eastwood, seduto sotto una veranda all’americana con una birra in mano, il mio ottantenne preferito ringhierebbe proferendo un mitico “Alleluia!”, unito ad altri particolari fallici che qui sublimiamo nell’aggiungere che l’autore è donna. Dettaglio che libera da pregiudizi di genere e incorona senza ombre la rivoluzione copernicana prospettata. In un agile volumetto Simone Korff-Sausse psicanalista, che insegna all’università “Denis Diderot” di Parigi, fa il punto sulla figura del padre oggi, sui cambiamenti e le accuse miste rimproveri che gli si addossano. Il titolo non vi induca a pensare di trovare i consigli alla Pellai, Poli o Risé da sottolineare. Altro taglio. E’ un saggio, anche complesso, capace di delineare il panorama allargato, oltre la famiglia, dei cambiamenti che questa parata di papà, non più assenti, porta con sé. Un panorama che toglie il respiro. Che soffoca di speranza.

Il rischio da correre? Conoscere uomini “risolti e integrati”. Uomini che lasciano emergere il femminile che sopiva in loro. Uomini che fanno i conti con il bambino che sono stati. Uomini che si pensano carichi di “autorità” quanto di affetto, delicatezza e presenza. Ovviamente la Korff-Sausse vede oltre il benefit di un pannolino cambiato dal papà. La portata del cambiamento va oltre le pappe e i vaccini.

I freni? La società, la politica, l’economia… e le donne. L’autrice afferma che per fare un padre serve “un figlio, una madre, una società”. Se dopo millenni i padri sanno ridefinirsi, (nel testo scivola indietro fino a San Giuseppe!), questa nuova identità comporta un ri-posizionamento delle madri e della società dove il femminile (e non la donna!) governerebbe. La virilità battagliera della spada retrocede lasciando spazio alla dimensione creativa e trasformativa che caratterizzano sia l’uomo che la donna.

Si, alleluia! Penso che questo nuovo umanesimo paterno oltre ad una minore entropia nelle case italiane, potrebbe portare una dose di compassione, sensibilità, delicatezza e spontaneità in tutti gli ambiti della vita senza ferire il mondo.

E’ un cammino che potrebbe essere incluso negli otto “obiettivi del millennio” delle Nazioni Unite e che richiede uomini capaci di solcare strade impervie e donne che si sanno fare da parte. Intendiamoci, senza ingenuità. So che non aspettiamo altro che essere aiutate, ma penso che un padre che investe davvero tutte le sue componenti identitarie non arrechi solo un sostegno domestico ed educativo, ma prima di tutto ci provochi intimamente a rivederci in ogni nostra modalità e a fargli spazio davvero e non solo perché abbiamo recuperato anche la badante al maschile per i nostri figli.

In questi mesi di gravidanza Mauro (il papà di Viola!) sta lasciando emergere anche una dimensione di sé dolce ed affettuosa, più equilibrata, che mette in seconda posizione la rigidità, la precisione e la forza con cui di solito si muove e relaziona con gli altri (e ancor prima con se stesso). Anche solo dalla pancia, Viola già lo sta provocando a fare i conti con il suo femminile. E non sto parlando di scene melense e insipide, ma di sequenze che osservo e per ora valuto in silenzio, quasi commossa, e aspetto il seguito post partum di questa sua ricerca di sé. Senza lusinghe e conscia di quanti ostacoli possa incontrare. E vale comunque doppio, perché lui non ha un solo ormone o un kilo in più, che gli impedisce di guardarsi i piedi, che lo obblighi a questa resa dei conti.

Penso che tante altre donne stiano vivendo la mia sensazione e che forse alcune madri del passato abbiano avuto la stessa fortuna di conoscere dei “pionieri”, ma sappiamo anche quante non l’hanno avuta o in questo minuto non la stanno avendo. Ogni tanto quando mio marito “riabbraccia la spada”, percepisco lo stridore di che cosa significa vivere solo di virilità. E cosa per una donna comporti vivere di sola femminilità. (Pochi giorni fa aprivo il blog con la citazione sull’espulsione del parto che avviene proprio grazie al maschile che è nella donna.)

Se non esagero, questa del maschile-femminile integrati nella persona (e non la dualità di contrasto uomo-donna) è l’unica pari opportunità che si dovrebbe perseguire. Il resto verrebbe come necessità e non come politiche di quote rosa, che oggi suonano come “quote latte” acquistabili poco convincenti, per nulla autentiche e non sufficientemente moderne. Quote non interiorizzate e imposte. Ci sono una quota rosa e una celeste che ognuno si deve giocare in sé e per sé. A volte non basta una vita per farcela! A volte basta una vita che bussa alla porta!

p.s. facciamo un’associazione per tutelare e promuovere il “fastidio” che questi pionieri portano con sé?

giovedì 29 luglio 2010

violapensiero n°5

meno 1 mese, 1 giorno

lei


Le donne senza figli non sopportano l’intenerimento di certe madri di fronte ai bambini: stanno fuori casa un week-end per girare una pubblicità e si ritrovano con i figli degli altri in braccio ad annusarli, contargli i denti in bocca, quasi per tamponare una ferita aperta, quasi a guadagnarsi una dispensa o una redenzione. O comunque, un attestato di buona fede. Forse dopo un po’ in me noteranno gli stessi sintomi. Non potrò fare a meno di rispondere clinicamente “15 mesi e mezzo” alla domanda “quanto ha”? Ci terrò a precisare che ad un anno non può riconoscersi allo specchio, come i gatti o le scimmie, e che l’età dei perché viene dopo. Forse mi tratteranno come una madre, con la delicatezza che si riserva a chi soffre ogni giorno perché ha ricevuto uno strappo; magari mi offriranno lavori, o piccole mansioni, che hanno a che fare perifericamente con i bambini, forse potrò mettere la maternità nel curriculum perché rappresenta una credenziale in più. […]


Ricevo persino consigli cinematografici, nell’ottica e rispetto della mia maternità: aspetta dopo il parto per guardare Lourdes. Non che mi dispiaccia l’idea di guardare una commedia leggera o di lavorare per l’infanzia. Eppure, se alla società di oggi bisogna dare atto di qualcosa, è che lascia altre vie, alla donna, per sentirsi indispensabile.”





Arianna Giorgia Bonazzi e Arnaldo Greco

Sopravvivere all’attesa – Manuale per giovani coppie



Fresco di stampa (aprile 2010!) questo libro che mi è stato segnalato giorni fa da un’amica e lettrice del blog violapensiero, mi ha lasciato molti spunti su cui avrei voglia di tornare. Gli autori sono una coppia sotto i trenta con figli, una specie protetta, che in un diario lui-lei e in un conto alla rovescia annotano pensieri, situazioni, sensazioni che li travolgono nei nove mesi di attesa. Anche se a tratti troppo cinico o distante da me, il libro ha pagine di forte ilarità che fanno riflettere e mettono nero su bianco esperienze che la maggior parte delle coppie “gravide” si trova a vivere.

Ma in questa pagina c’è un’esperienza che è mia più di altre. Se qui sconsigliano il film Lourdes in gravidanza, posso definirmi senza dubbio madre sconsiderata e irresponsabile. Le mie visioni di questo film con relativa introduzione e commento con il pubblico post proiezione si attestano attorno alla quindicina di volte. Si, quindici… Viola è spacciata. Qualsiasi turbe possa manifestare in futuro sarà addebitabile al film della Hausner. Dovrebbero mettere anche queste curiosità negli extra dei dvd.

Ho girato il Veneto tra febbraio e marzo in compagnia di questa pellicola. In una di queste proiezioni ricordo anche di essere uscita e aver dormito appoggiata a terra nell’atrio di un cinema, perché non riuscivo a sostenere la sonnolenza dei primi mesi. L’esatto contrario dell’insonnia attuale. Non penso esista un’entità più flessibile di una donna gravida. In una proiezione mi dovetti pure subire le rimostranze, direi violente, di alcuni spettatori infastiditi dal film che accompagnarono il tutto anche successivamente con una lettera ad un giornale. Forse le amiche di questa scrittrice erano proprio sagge nello sconsiglio. Ricordo che quella sera rivelai alla persona che era con me a gestire l’evento e a presentare che ero incinta. Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno i nostri genitori… non ero ancora alla fine del terzo mese e volevamo superare il periodo più rischioso prima di condividere e annunciare l’arrivo dell’erede!

Una tutela silente che oltre a metterci al riparo da possibili delusioni ardue da comunicare a tutti, mi ha dato modo di respirare e ascoltare ciò che stava davvero accadendo in me e nella famiglia e che ad un occhio distratto nel fisico diceva ancora poco, ma che interiormente metteva radici eterne. Non penso esista un tempo giusto per dire o non dire, ogni coppia però ha il dovere e il diritto di assecondare ciò che sente buono per sé. Una cosa sana di questa attesa è stata proprio l’attesa nell’annuncio. Almeno abbiamo compreso un po’ di più cosa andavamo gridando. Sempre a proposito di flessibilità, fa sorridere la parabola dall’intimo silenzio al blog globale, ma forse non è a caso che l’annuncio cresca in modo direttamente proporzionale alla pancia.

Insomma, lo rivelai a questa persona cara che condivideva quell’appuntamento professionale, perché sentivo che quella sera avevo fatto del male a Viola (al tempo fagiolino incolore!), non io con le mie mani, ma subendo quell’attacco molto forte davanti a centinaia di persone l’avevo messa in pericolo e l’avevo esposta ad emozioni troppo negative. Vi risparmio le citazioni di libri che ebbi il piacere di leggere in seguito e che mi confermarono a livello di studi quanto io avevo capito con l’istinto. Durante la proiezione condividemmo in semplicità la mia “duplicità” fisica e la barbaria che avevo sentito sulla pelle e parlarne insieme mi diede serenità per concludere la serata nel commento senza violentare ulteriormente la pancia.

Quella sera, e in altre occasioni, ho realizzato che le persone possono essere più feroci e pericolose di un film. Certo, ho dovuto apprendere in questi mesi una “giusta distanza” dalle opere che vedevo e su cui mi mettevo a scrivere o a lavorare. Quando ti ritrovi a piangere anche solo per un servizio al Tg, nel buio di una sala per più e più volte alla settimana gli ormoni possono lasciarti in mare aperto senza salvagente.

Al corso di gravidanza consapevole (quello con lo yoga allegato!), l’ostetrica ci invitava all’egoismo: a circondarci per nove mesi solo di cose belle, serene… (da un panorama ad una musica). So di non averla ascoltata fino in fondo. Non mi sono fatta mancare una sfilza di film d’essai (si soffre sempre per un buon 70%!). La morte per parto della mamma interpretata da Isabella Aragonese nel film La nostra vita di Lucchetti è stato un lutto totale.

Ma a mio modo l’ostetrica l’ho ascoltata: ho imparato ad allontanarmi dalla cattiveria umana, perché al cinema entro le tre ore arrivano i titoli di coda e magari anche la catarsi, con le persone talvolta proprio no. Ho intenzione di mantenere questa prassi anche allo scadere degli ormoni. Anche a questo serve mettere al mondo un figlio e non è poco.

martedì 27 luglio 2010

Violapensiero n° 4

«Do you know Pippi Longstocking?» dicono le copertine gialle esposte in libreria, le locandine del Teatro dell’Opera, le scritte sul fianco delle navi al porto di Stoccolma. Ecco la conoscete? Che peccato se vi manca: cosa vi siete persi. Sareste persone diverse se foste cresciuti con lei: donne e uomini diversi, verrebbe da dire migliori. […] E’ proprio inutile rompersi la testa a studiare le carte dei ministeri per capire il segreto del «modello svedese» […] Bisogna prendere un fine settimana libero, invece e andare a Vimmerby. 300 km di boschi da Stoccolma, case storte di legno. Migliaia di bambini al parco di Pippi. Bimbe con la parrucca di capelli rossi e anche senza, tanto ce li hanno di natura, mezze nude col freddo che fa e con le gote rosse, le scarpe troppo grandi, i vestiti sghembi, ragazzini che si issano aiutandosi uno con l’altro a salire in groppa ad un cavallo di cartapesta alto due metri, che salgono incertissime scale a pioli e restano lassù, a cavalcioni sul tetto. Pensa ai nostri parchi giochi nei giardini: allo scivolo c’è sempre un adulto che regge suo figlio, stai attento. […] La questione è questa. Mentre noi avevamo Pinocchio loro avevano Pippi. Noi abbiamo imparato a tre anni che se dici le bugie ti cresce il naso, se non vai a scuola ti vengono le orecchie di un asino, se ti comporti male ti succedono cose terribili ma è per colpa tua. Colpa, si: allora ti devi pentire. Devi espiare, essere buono e torni bambino. Buono, composto, pentito uguale bambino. Loro: Pippi Calzelunghe. Che vive da sola, «non ha né mamma né papà, e va bene così perché non c’è nessuno che le dice che deve andare a letto proprio quando sta cominciando a divertirsi». Che mangia sdraiata sul tavolo col piatto sulla sedia e nessuno le spiega che deve stare composta. Che dorme alla rovescia con i piedi sul cuscino «perché preferisce». […] Si cucina da sola, si veste da sola con una calza verde e una gialla, con le scarpe troppo grandi tanto nessuno le dice cosa è «troppo». Pippi che è libera, autosufficiente, indipendente, forte, completamente autonoma, generosa, saggia della saggezza formidabile e assurda che hanno i bambini prima che qualcuno gli spieghi che sbagliano, che così non si fa, la regola è un’altra. […] Pippi che è bellissima anche con le lentiggini e il naso a patata, le trecce all’insù mica il caschetto di capelli biondi con la riga. Pippi, che è felice.



Poi uno dice: perché in Svezia le donne sono il 50% in Parlamento, stanno a casa 18 mesi quando fanno un figlio, perché lavorano più degli uomini, non conoscono la disoccupazione e mandano avanti l’economia. Perché le trovi fuori la sera a gruppi di sei anche se è buio pesto e sono alla guida delle aziende, perché la polizia se trova un cliente con una prostituta manda in galera il cliente. Le buone leggi, certo. Il welfare perfetto. Non sarà mica per Pippi. Non solo, di certo: però aiuta. Intanto loro da piccoli sono cresciuti con quel modello lì. I danesi con la Piccola Fiammiferaia e la fatalità del destino cupo da sopportare com’è, con le vesti nere di Andersen. I francesi con Asterix il gallico imbattibile e protervo, noi con Pinocchio. Loro con Pippi Calzelunghe.


Concita De Gregorio, Una madre lo sa – Tutte le ombre dell’amore perfetto



Spero che qualche genitore, o amante della disciplina come mio marito, non sia rabbrividito leggendo questo stralcio di una delle 22 storie raccolte dalla De Gregorio in un volumetto Oscar Mondadori. Alcune molto toccanti, altre come questa più ironiche. Ammettiamolo, fa pensare! Ad esagerare si vede sempre con più lucidità.

Però, se ripenso al mio rapporto personale con Pinocchio, è stato davvero di estrema sofferenza per ogni cattiva azione che metteva in atto e le punizioni che si tirava addosso. Ricordo un senso di dolore quasi fisico. Solo ora mi chiedo se era giusto soffrire così tanto.

Senza nulla togliere all’affetto che abbiamo per il Burattino, la creatura di Geppetto ci ricorda parallelamente anche il medesimo approccio religioso “colpa-espiazione” messo in pratica per troppo tempo. Una pastorale un po’ più illuminata pedagogicamente se ne sta liberando, ma i danni son già stati fatti, oppure senza essere troppo tragici, se non son danni, se ne vedono comunque i pochi frutti.

Mettiamo da parte Pinocchio, nello squallore generale ci siamo persi per strada anche il poco letterario che avevamo, e guardiamo che cosa l’oggi propone a Viola e a tutti i bambini che con lei e prima di lei hanno tenuto viva dentro di me una passione educativa autentica. I bambini non hanno mai smesso di interessarmi. In questi anni ho acquistato favole, illustrazioni, dvd, libri che mi univano simbolicamente ad un mondo dal basso, che non mi coinvolgeva ancora come madre e come famiglia, ma che civilmente mi stava a cuore.

In ordine di visibilità direi che la versione tricolore di Pippi Calzalunghe è sostituita dal trittico che ci porterà nel welfare del far west: Hello Kitty, Veline e Velone. E in quarta posizione, ma facciamola salire sul podio anche lei, poverina se lo merita vista l’intensa e faticosa attività pubblicitaria: Belen Rodriguez.

Parentesi: vi autorizzo a sedarmi se tra i 70 e gli 80 anni sarò disponibile a farmi umiliare da un simil Enzo Iacchetti impegnato in apprezzamenti indecenti e richieste di “stacchetto”. Il mutuo che staremo ancora pagando potrebbe portarmi alla follia di partecipare, ma da lucida scriverò nel testamento che preferirei giocare a carte in una casa di riposo (e odio le carte…). Sicuramente ci sarà qualche assistente che mi guarderà con maggior eleganza.

Dove volete che andiamo se Hello Kitty si è impadronita anche del ciclo mestruale delle bambine. Si esistono, sono stata edotta da un amico prete che al camposcuola ha potuto constatare che vengono pure acquistati. In questi mesi di gravidanza e libertà, mi sono persa i nuovi arrivi nello scaffale che definirei “dolore fin dalla tenera età”! Lo so è triste, dovevamo avere anche gli assorbenti con il fiocco rosa sull’orecchio sinistro. Purtroppo non penso che la micina giapponese regalerà all’universo femminile una dose di dolore minore.

La creazione fantastica più conosciuta nel mondo dell'infanzia ad oggi in Italia è un marchio, non è una storia, non è più letteratura e non c’è nessun Collodi. Allora è meglio affondare nella poltrona di un cinema tra le mani della Pixar che regala tonnellate di creatività applicata almeno ad una storia mai banale.

Non voglio consumare i tasti del notebook per dire qualcosa anche su Veline, Velone e Belen. L’universo femminile nell’immaginario collettivo è semplicemente all’anno zero. Bambini e bambine si chiederanno perché le loro mamme non si distendono sulla sabbia strapagate dalla Tim (le sorelle invece ci proveranno!) o perché non ballano ogni sera all’ora di cena con il lato B al vento sopra il tavolo. Ah si, il tavolo non serve per mangiare. Allora è vero: era meglio Pippi Calzelunghe che mangiava sdraiata sul tavolo con il piatto sulla sedia. Questione di assemblaggio, forse poco composta, ma lei mangiava e se ne faceva!
La generazione di Pinocchio ha saputo creare Veline, Velone e ha lasciato spazio in ogni casa italiana a Belen ed Hello Kitty. Si, era meglio Pippi.

sabato 24 luglio 2010

Violapensiero n° 3

Quando si diventa mamma?
Nel corso delle mie ricerche, mentre andavo scoprendo che tutte le mamme hanno in comune uno specifico assetto materno, cominciai a chiedere in quale momento avevano sentito di essere diventate davvero madri, presumendo che la risposta sarebbe stata: «Quando ho partorito, naturalmente». Dalle loro risposte imparai invece che la maggior parte della madri «diventa mamma» più e più volte con certezza crescente, nell’arco di diversi mesi. La nuova identità può sbocciare in un momento qualsiasi della gravidanza, per configurarsi poi con maggior precisione dopo la nascita del bambino e dispiegarsi pienamente dopo parecchi mesi di cure a casa, quando la mamma si rende conto di esser divenuta tale anche ai propri occhi. Ogni stadio di questa presa di coscienza ha valore di per sé, ma ogni volta viene aggiunto qualcosa in più all’identità materna. Il processo che dà luogo alla nascita dell’assetto materno attraversa dunque varie fasi: perché si formi una nuova identità è necessario che vi prepariate mentalmente al cambiamento, per poi affrontare un intenso travaglio emotivo che farà emergere nuovi aspetti di voi stesse; infine dovrete assumervi il compito di integrare con il resto della vostra vita le trasformazioni già avvenute. Tutto ciò avviene mentre voi siete impegnate a far crescere un bambino che sconvolge la vostra routine quotidiana, vi tiene sveglie di notte e richiede interamente la vostra attenzione. Però, quando guarderete in retrospettiva alla vostra vita, essere diventate mamma vi sembrerà una delle imprese più straordinarie che abbiate mai realizzato.”


Daniel N. Stern, Nascita di una madre –
Come l’esperienza della maternità cambia una donna

Il saggio di questo psicanalista specializzato nell’età evolutiva e professore di psicologia infantile (in realtà scritto assieme alla moglie, pediatra e psichiatra, e ad una giornalista specializzata nei temi della salute e della maternità) è ormai datato almeno nella stesura – la prima edizione è del 1999 – ma conserva il pregio di partire “dall’esperienza interiore vissuta dalle donne che diventano madri, un’esperienza spesso destinata a restare chiusa dentro di loro”. Non che non mi interessino e non senta il bisogno di approfondire tutta una serie di dinamiche concrete che ti travolgono e di cui non sapevi nemmeno l’esistenza e che riassumerei con il titolo “dall’acido folico al colostro”, ma sono amenità alla luce del sole che ricevono già attenzioni di ginecologi, ostetriche e medici. Quello che in contemporanea accade dentro di noi – intimamente – non riceve “monitoraggio”.

Tra la medicalizzazione costante dei processi fisiologici e biologici messi in atto nelle attuali gravidanze e i cambiamenti interiori che nel frattempo si compiono c’è una sproporzione di attenzione spaventevole. L’accento è ancora sul fisico, legittimo, ma l’anima e la testa sono “organi” che del fisico si prendono gioco come e quando vogliono. Penso sia ormai chiaro, leggendomi, che mi piace far emergere in superficie più questa crosta intima, su cui rischiamo solitudine e abbandono, che non la miriade di informazioni sul nostro corpo che senza tregua va ad ingrossare la cartella “nove mesi”. Si sa che ne abbiamo guadagnato in salute e vita della mamma e del bambino, ma qualche nonna, raccontandoti che partoriva nei campi senza aver mai fatto neanche una visita, qualche pensiero te lo mette…

In un percorso a ciclo continuo di “gravidanza consapevole e yoga preparto” promosso dall’Associazione Insieme di Rubano, che ho frequentato al posto del corso preparto in ospedale, ho avuto la fortuna di mettere insieme queste due sfere – fisica e psicologica – che come marito e moglie sono bisognose di un dialogo costante. Al termine dell’ottavo mese non ho consigli da dare a nessuna futura mamma, mi sento ancora “primitiva”, se non questo corso o altri similari, perché hanno la capacità di stendere un tappeto su cui ti viene voglia di sederti per ascoltare tutta te stessa, in particolare quelle zone che nessun prelievo venoso sarà in grado di raccontare, ma che per la salute del bambino hanno altrettanta importanza.

In gravidanza vorresti indossare quotidianamente una maglietta super-tech che riporta le risposte aggiornate alle domande che io stessa facevo quando trovavo un’amica in fase di espansione. Mi riferisco a: come stai fisicamente? Procede tutto bene? In quanti mesi sei? L’ecografia come è andata? Il sesso? Come la/lo chiamerete? Quando nascerà? E vattela a pesca… Una sorta di “home page” della gravidanza che diventa un tormentone e che potrebbe essere pubblicata e aggiornata su un profilo on line, perché non ha bisogno di una grammatica intensa e ricercata come hanno i pensieri disordinati e della madre che sta nascendo in noi. C’è un medico che si preoccupa se per caso quella madre non si stia sviluppando o si sia arenata nella sua esperienza passata di figlia, magari con alle spalle pure una madre “impegnativa”? Forse si, qualcuno ci sarà, ma ancora troppo rari. Tutte le attenzioni per il feto, che in realtà si sta già sviluppando anche nella sua personalità e molte delle sollecitazioni che riceve su questo fronte arrivano proprio dalle emozioni e vicende interiori della madre (e non dagli integratori di ferro, magnesio, potassio…..!!!!) escluse dalla cartella clinica.

Se volete creare un po’ di sano panico su vostra moglie, compagna, amica, collega, donna espansa per strada, fermatela e chiedetele “quando sei diventata madre?”. Forse qualcuna vi saprà rispondere all’istante con certezza disarmante ricca di dettagli, forse altre si prenderanno del tempo per pensarci e vi daranno appuntamento per una tisana, altre magari si ritorceranno in una timida barricata… ma la domanda è quella giusta e in questi casi la risposta conta meno, vale il processo che stimoliamo nella dea che abbiamo incontrato e nel dono che le abbiamo inaspettatamente portato. E costa meno dei giocattoli, creme, vestitini che regaliamo, ma lascia un ricordo eterno di qualcuno che davvero c’ha sfiorate. (Mi raccomando con questa scusa non interrompete i regali!!!)

Non racconterò qui una mia risposta a questa bella domanda, perché voglio lasciarmi la gioia (e la fatica) di rispondere a quanti avranno voglia di chiedermelo “in presenza” (dicitura che ho appreso essere in voga tra gli esperti di new media).
Percepisco il bisogno di aggiungere solo un altro tassello prima di chiudere il Violapensiero n° 3. Saranno pensieri lunghi, ma scrivo senza editore, direttore, battute e compenso e quindi spazio libero e senza l’ansia che non arriverete alla fine. Manca uno spillo che punge sugli aspetti sociali di questo discorso.

Se io fossi un datore di lavoro, indistintamente che si tratti di un uomo o di una donna, dopo aver letto il passo citato in alto di Stern mi sentirei di investire sulle madri nella mia azienda. Se una donna riesce a compiere quel cammino che Stern riassume brevemente, è una forza della natura per l’economia. In sé ha le caratteristiche per superare una crisi, per aprire nuove strade di produzione, per assicurare una creatività di pensiero e azione che per prima ha messo in atto nella sua “azienda” più intima di madre.
Sarà pur vero che manchiamo per alcuni periodi, che ci assentiamo più dei padri per assistere i figli malati (cose che fanno bene all’umanità e che andrebbero accettate come il pc che s’impalla o la fotocopiatrice che oggi non va, ma talvolta alle macchine si concede di più che alle persone…), ma quando ci siamo, possiamo portare quella forza di “integrazione” che richiama Stern, che fa bene ad ogni impresa, azienda, industria. Si sa che in questi contesti le decisioni non si prendono sulla scia di una scala valoriale, magari qualche imprenditore anche si, ma nella maggior parte dei casi è la convenienza a dettare la scelta. Mi pare che Stern detti ben ampi motivi di convenienza.

Lecito sospettare che sto parlando di me e per me (che male c’è?), amorevole pensare che sto abbracciando tutte le donne che vorrebbero offrire il meglio di sé percepito, raccolto e integrato nel diventare madri, anche nel mondo del lavoro e non solo nei ruoli più marginali di esso che non risentono delle assenze della maternità. Confido in un’economia con l’assetto materno. Utopia? No, sono sicura che Viola crescerà in una società del lavoro più lungimirante.

giovedì 22 luglio 2010

Viola pensiero n° 2

“E’ perché la sorte delle generazioni future è nelle mani delle donne che questo libro si rivolge essenzialmente a loro. Gli uomini fabbricano macchine. Le donne creano uomini. La bellezza di questa missione, ai miei occhi, è ineguagliabile. Se la tecnologia talvolta può aiutare la natura a sopperire a certi suoi difetti, essa comunque non può mai sostituirsi a ciò che una madre nel corso di una gravidanza vissuta in armonia, dà a suo figlio e che determina in parte la sua salute e il suo equilibrio futuro.
Facendo credere alle donne, che per essere uguali agli uomini, dovevano assomigliare a loro (lavorare come loro, conquistare una posizione sociale in vista, libere di viaggiare e di lasciare il focolare domestico), l’ideologia femminista le ha profondamente alienate. A forza di voler assomigliare agli uomini, molte di loro hanno perduto la loro specifica identità. Parità dei diritti certamente, a condizione però che questo non significhi somiglianza e perdita del senso della propria vita”.

Jean-Pierre Relier, Amarlo prima che nasca
Ce n’è per un convegno! Relier è un autore che mi ha accompagnato nel secondo trimestre del formato espansa. Un primario parigino di medicina neonatale con un’attenzione molto spinta alla sfera psicologica. Le sue parole, scomode per uomini e donne, sono una provocazione che continua a darmi tormento.

Avere un figlio è l’occasione per farsi venire la “mammite” acuta e non guarirne mai più, oppure anche per aggiornare il proprio pensiero su molte questioni che ti riguardano, ma che non hai mai seriamente considerato perché eri occupata “a somigliare agli uomini”. Inconsapevolmente, e forse anche inutilmente, perché non saremo mai come loro e dice bene Relier, non c’appartiene. O rovesciandola, che mi sembra anche più interessante, loro non saranno mai come noi e forse, da furbi, mai hanno pensato di volerlo. Va ammesso che mi ritengo molto fortunata a vivere in un tempo storico e personale in cui mio marito contempla una sana condivisione – ognuno secondo le sue specificità di genere e personalità – delle responsabilità che la genitorialità comporta.

Chi mi conosce bene sa che di affetto per il femminismo ne ho da vendere, la parità dei diritti è una battaglia irrinunciabile che mi anima focosamente (anche associativamente: CIF resisti!), ma prima di trovarmi su questa poltrona Ikea ad attendere il passare delle notti in onore di Viola, non avevo mai colto quanto la donna si trovi a vivere un’esperienza così singolare e all’uomo impedita. Eppure vi partecipa nel determinarla a monte e durante con il livello di benessere e/o malessere che saprà regalarti accanto.

Si certo, inizia tutto con la consapevolezza che ti assale fin dalle primissime ore dell’essere gravida, che ti trasformano biologicamente in altro da te – a partire da ciò che si vede (il seno!) a ciò che non si vede (guarda caso proprio dove siamo diverse dagli uomini) – e che ti fa sentire come una “dea” (non esagero!) sul cui corpo marcia inesorabile il mondo. Cosa diceva Relier… le donne creano uomini! Non è abbastanza per assicurarci un posto in prima fila nell’identità di genere, nelle politiche statali, negli ambienti di lavoro, nella Chiesa? Il nostro è un punto di vista che andrebbe ascoltato, meditato, contemplato e tutelato. Ovvio che parliamo di donne di buon senso. So di non dire nulla di nuovo, forse scontato, ma così lontano ancora dalla realtà che mi giustifica a ridirlo.

Non dobbiamo conquistare nulla, abbiamo tutto dentro di noi. Come donne, e non serve diventare madri, il nostro germe più intimo porta già i segni di questa vocazione. Se l’altra metà del cielo ci dimentica in questo nostro “dolce sentire”, è un danno che si arrecano personalmente, ma per convincerli del contrario dobbiamo davvero corrergli dietro perdendo le sembianze della dea?

Io sento di aver vissuto anni della mia vita a compiere questa assurda maratona al maschile, perdendomi delle prelibatezze dell’essere donna intime e necessarie che ora mi sto riprendendo largamente. Ma si deve attendere una gravidanza? Facile riprendersele. C’è un’intelligenza al femminile che va usata e promossa sempre in ogni ambiente, indipendentemente dallo stato affettivo che la donna sta vivendo.

C’è un però: sono le madri a creare gli uomini. Relier insegna. Forse dobbiamo rivedere qualcosa su questo fronte. Forse correndo alcune maratone, ce ne siamo perse altre e non siamo state capaci (plurale che scende lontano nel tempo, ma che abbraccio ugualmente) di imprimere dalla gravidanza ai passi successivi della crescita quell’ amore e desiderio dell’uomo verso l’intelligenza femminile. Un rispetto che non siamo riuscite a seminare. Il contesto non aiuta, anzi determina, ma noi donne forse non abbiamo fatto abbastanza nel nostro cortile pedagogico.

Nel mio futuro di mamma, per ora di una femmina, chissà mai anche di un maschio, mi auguro di riuscire a sfiorare Viola con questo profumo, di saperla educare, nella libertà, a lasciar volare la donna che è in lei senza rincorrere falsi miti. In lei, già dea, si ripropone “la sorte delle nuove generazioni”. Tanto di cappello a Relier.

Alla prossima, una webmamma

p.s. Il web è rispettoso dell’identità di genere. Chi negherebbe mai un blog ad una donna? Inchino digitale agli uomini che creano le macchine giuste!