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lunedì 29 novembre 2010

violapensiero n°26

Venerdì. 16 gennaio. Questo è l’ultimo giorno della mia storia. Sono le otto di mattina, quando entro nel reparto di maternità. Un’ostetrica mi fa un prelievo di sangue, mi dice qualche parola. Con me c’è Antonio. Ma, in effetti, è come se fossi sola. Lo strazio oggi, tutto mio. Solo mio. Resto seduta sul letto, immobile e silenziosa, con un misto di smarrimento, agitazione e paura. Tengo la porta chiusa, non voglio vedere nessuno e non voglio che mi vedano. Fuori, nelle altre camere, ci sono le mamme. Ci sono i bambini. Le altre donne li stringono tra le braccia e li attaccano al seno.



Io il mio bambino non lo avrò.


E’ morto nel mio grembo, chissà perché. Ed ora devono anche strapparmelo via con la forza, perché il mio corpo non si è accorto di nulla e continua, tranquillo, ad essere incinta. Che schifo. Lo volevo anch’io il mio bambino.


Per un caso, l’anestesista manca e io devo aspettare per ore. Anche qui, descrivere è difficile. Sono come sospesa nel vuoto, le lancette dell’orologio scandiscono le ore, lunghe ore di attesa. La mia mente vaga nella sua disperazione. Ogni tanto qualcuno si affaccia alla porta. Sono gentili, davvero. In mattinata arriva anche mia zia, è venuta con il treno. Le sono grata. Nel primo pomeriggio mi attaccano una flebo perché sono digiuna.


Verso le tre, un’infermiera mi prepara. Mi fa spogliare, indossare un camice e sdraiare su una barella.


E’ l’ora. Dio quanto piango. Adesso si che piango, sento le lacrime scorrere sul viso. E non vorrei, eh… Non mi piace per niente piangere davanti agli altri, ma non ce la faccio, non posso trattenere queste maledette lacrime. In fondo sembra tutto un tale incubo. Ma l’attesa non è finita. Sono nel corridoio delle sale parto… che triste, eh?


Poi un’ostetrica molto dolce mi sposta ad aspettare in una camera. Altri minuti, lunghi, interminabili. Ogni volta che sento aprire la porta, credo sia giunto l’anestesista e che con lui sia giunto anche il momento. Che paura. E alla fine, dopo questo lunghissimo, interminabile tormento… arriva.


L’ostetrica mi tiene la mano e mi rassicura. E’ stata molto importante per me. In sala operatoria mi ritrovo a osservare la scena dall’esterno, un vero incubo. C’è il mio medico e lo supplico di “non farmi niente” finché sono sveglia, ma ormai sono troppo esausta per avere paura. Mi fanno l’anestesia, guardo il soffitto bianco e mi addormento. Finalmente, un po’ di pace.


Ora sto sognando, sogno che sono su una slitta, c’è Mattia mi pare, mi chiamano…


Sono viva! E’ tutto finito, e sono viva. Si, perché avevo davvero paura di morire. Non lo so, sarà stupido, ma l’anestesia totale mi faceva parecchia impressione, anche se per me era l’unica scelta possibile. Non sarei sopravvissuta a questo intervento se fossi stata cosciente.


Guardo l’ostetrica e senza pensarci, le parole escono da sole, le chiedo: «Hai visto il mio bambino piccolino?». Mi dice di no, che era troppo piccolo. Certo, non era una domanda proprio pensata, ma è venuta dal cuore. Mi riaccompagnano in camera. Ora è finita. La mia gravidanza è finita. Ma non con un parto, con la nascita, con quelle emozioni indescrivibili e quell’immensa felicità. Nel corridoio del reparto si vedono passare i bimbi neonati, avvolti nelle loro copertine; li portano dalle mamme perché li allattino. Io me ne andrò a mani vuote. Uscirò dal reparto con nessuno, con niente. Eh si, che ho sofferto tanto, me lo meritavo anch’io un bel bambino.


Questi sono i miei pensieri quando verso le undici di sera, il mio ginecologo mi lascia “fuggire” a casa.


Sul cartellino delle dimissioni, quello dove di solito vengono segnate le informazioni sul parto e i dati del bimbo, c’è scritto solo: «Aborto ritenuto all’undicesima settimana».

di Giorgia Cozza, tratto da

Goccia di vita - Alex. Piccola storia di un’attesa spezzata.



Malgrado questa vicenda non mi “sia toccata”, posso dire che ugualmente queste noti dolenti “mi hanno toccata”. Italiano sconnesso, ma rende l'idea. Prima di me, tanti anni fa, avrebbe potuto esserci un’altra sorella. Fratello? Chissà perché mi vien da pensare ad un’altra sorella. Famiglia al femminile? Mesi fa sempre un’altra persona, vicinissima a me in famiglia, avrebbe potuto avere un bimbo. E così pure molte amiche. Troppe. E le stesse, per troppe volte.

Non sono riuscita finora a scrivere di questo dolore. Di queste vite. Di queste attese, come dice Giorgia Cozza, spezzate. Anche se la mia gravidanza nei primissimi mesi è stata attraversata da un alone molto cupo di paura, perché accanto a me persone care avevano appena vissuto il dramma, davvero tragico, di un aborto spontaneo. Ascoltando alcuni racconti e leggendo questo libricino, piccolo piccolo come la vita che racconta, ho capito che le morti sono due. Prima muore il bimbo. E la madre che era cresciuta con lui. Come se la prima non bastasse, purtroppo, il più delle volte, la madre muore anche una seconda volta all’atto del raschiamento.

Le pagine di Goccia di vita, testo prezioso e coraggioso, lo narrano con sincerità. Un diario che prova a dare parola ad un dolore che le madri coinvolte in tali disgrazie affermano come indicibile, difficilmente condivisibile. Anche con il marito. Giorgia Cozza, 37 anni, è giornalista, scrittrice e soprattutto madre di tre bambini. L’aborto spontaneo è arrivato nel 2004, quando già aveva due bambini. L’atrocità con cui si scontra, malgrado avesse comunque dei figli, e che racconta con semplicità, suggerisce anche solo lontanamente il vuoto che si manifesta all’improvviso nell’esistenza di queste “mamme speciali”.

Il parto, anche se ti dona di portati a casa qualcosa, felice espressione della Cozza, è stato per me così intenso da non voler vedere nei giorni successivi nessuna donna che sostenuta dal marito camminava su e giù verso il travaglio. E’ stato così allegoricamente vicino alla morte che non potrò mai liberarmene fino in fondo. Ecco, l’aver raccolto questa sensazione, mi da modo di percepirmi ancora più inutile e incapace di trovare una parola di consolazione quando una nuova mamma ti rivela che il suo bimbo non c’è più.

Cosa puoi dire? Puoi stare ma in silenzio. Forse ascoltare. Ma non dire. Cosa? Frasi che la Cozza passa in rassegna e ne intravede ogni volta una spada senza senso. No, stare e basta. Perché quel bambino ci sarà sempre tra i figli di quella donna, di quella famiglia. Fosse anche l’unico. Lui c’è. Non potrà essere dimenticato. E non potrà essere sostituito.

Oltre a respirare questa convinzione in Goccia di vita o nelle parole di amiche care, ho compreso che si tratta di una tale presenza inestinguibile grazie ad un meccanismo che mi ha illustrato la mia dottoressa (http://www.fabiolamenon.it/). Mi spiegava che le gravidanze dispari prendono la costituzione del padre e le gravidanze pari la costituzione della madre. E che in questa suddivisione, ecco il perché la cito, bisogna contare anche i bambini non nati. E io, di conseguenza, sono la seconda figlia. Anche se mi atteggio da prima figlia, non lo sono e me ne sono resa conto da pochi mesi. E in me, nel mio corpo, rimane traccia di questa assenza. E’ incredibile ed è anche una carezza per questi bimbi e per le loro mamme. E i loro papà? (ricordate, il parto di testa?).
Un’amica mi raccontava che in ospedale hai la possibilità di partecipare ad un gruppo di aiuto, se non ricordo male, solo dai tre aborti in poi. Volgarmente, se non sono in ginocchio, non le vogliamo? Ecco, per questo mi permetto di segnalare Goccia di vita. Può fare compagnia, dare un alfabeto empatico alle mamme che non hanno più sentito il battito. E che hanno pensato che anche il loro cuore si fermasse con il cuore del loro bimbo. Impareggiabile la tenerezza con cui la Cozza racconta di questo bimbo del cielo e degli altri suoi bimbi della terra.

Ma, se posso, questo scritto, così delicato e al contempo feroce, può far bene anche a tutti noi: per amare il dolore degli altri. Perché i bambini sono di tutti e perché, come ho scritto fin dall’inizio di questo blog, in particolare nel Violapensiero n°3, una buona domanda poco frequentata rimane “quando sei diventata madre?”. Forse a queste mamme speciali, per paura di offenderle, di farle ri-piombare nel loro dolore, non gliela farà mai nessuno, ma queste donne sono madri, fosse anche l’unico figlio. Sono madri, perché la vita scorre fin dal primo giorno quando ancora non si vede. E come direbbe Concita De Gregorio, “una madre lo sa”. E perché la donna nasce con questa valenza vitale che la caratterizza oltre la maternità.

lunedì 6 settembre 2010

violapensiero n°16


L’inatteso e la maternità.



«Mi sono scoperta dei lati violenti, delle angosce che non conoscevo. E’ l’esperienza che mi ha cambiata di più in assoluto. Mi è apparsa una faccia nuova di me stessa, isterica, egoista, collerica. Per esempio non avrei mai immaginato di non sopportare le continue richieste dei miei figli o di annoiarmi in loro compagnia. A volte, dopo aver passato il week-end a sentire i loro strilli e a mettere in ordine i loro giochi ho addirittura voglia di ucciderli! Penso che mia madre abbia vissuto tutto questo senza mai poterlo dire.»


Sono parole inconsuete; ci vuole coraggio per pronunciarle e per accettare che vengano messe nero su bianco. Una simile testimonianza resa in pubblico è rara e forse unica, ma riecheggia altre parole udite all’uscita da scuola, in bar o in treno, fra due madri che si scambiano confidenze sui figli rumorosi e troppo vivaci. In questi spazi di parole improvvisate, di incontri più o meno organizzati, le madri a volte osano “dirsi”.


Bisogna stare attenti per capire davvero quello che pensano. Parlano, certo, ma con parsimonia, approfittando di pochi istanti per dire una fatica, un’angoscia, un malessere, una stanchezza. Sono rivelazioni succinte, quasi private, verbalizzazioni del desiderio di “gettare il bambino dalla finestra”, che spesso vengono prese sottogamba dall’interlocutore. E d’altronde le donne contano sul sottinteso che la parola pronunci un impossibile, qualcosa che non si farà mai. […]


Le madri soffrono e non lo dicono. Non è una novità; ogni epoca ha costruito il suo silenzio, chiudendo una parte dell’umanità in un universo senza parole. Sono le donne quelle che hanno più taciuto su questo vissuto intimo di se stesse, sul momento così condiviso e così solitario che è la nascita di un figlio. Se è un bambino voluto dai genitori, voluto dalla società in funzione del mantenimento del tasso di natalità, il momento di metterlo al mondo, attraverso il passaggio corporeo che si iscrive nell’anima di ognuna, e l’incredibile sconvolgimento più o meno lieto che lo accompagna sono destinati a restare nel silenzio.


Raccogliere le lacrime e le parole di un corpo, che narrano la storia di un desiderio di maternità annullato, spezzato, deludente, perturbante ma anche felice, atteso, sperato, fa parte di una politica sanitaria pubblica di cui tutti siamo responsabili. Queste parole non devono essere soffocate, devono anzi essere condivise, perché il soggetto che le pronuncia possa vivere e non limitarsi a sopravvivere. La prevenzione sbandierata dai responsabili delle istituzioni, può scaturire solo dall’ascolto delle sofferenze e delle parole delle madri. Il sapere non è altrove, è nel cuore di ogni madre. Occorre tempo e pazienza per raccogliere, analizzare, comprendere il loro vissuto. Non ci siamo ancora arrivati e il concetto di prevenzione, per ora, esiste solo sulla carta.”

Sophie Marinopoulos

Nell’intimo delle madri – Luci e ombre della maternità



Sophie. Sono così emollienti e balsamiche le sue parole, che mi viene da chiamarla per nome. E' psicologa clinica e psicoanalista. Nel suo libro fa riferimento al suo paese – la Francia – dove esercita e promuove la salute psichica come parte integrante del sistema sanitario nazionale. Lo scenario che illustra mi sembra possa calzare anche al di qua delle Alpi e possa avvicinarsi alle confidenze di madri appena impastate e di altre più stagionate.

Una settimana fa… a proposito di appena impastate, più o meno a quest’ora, dopo un mio viaggio che senza vergogna definirei all’inferno – ma con biglietto di ritorno per il Paradiso! – è nata Viola. Ho cercato di darla alla luce con tutta me stessa, per ore perdendo i sensi continuamente dallo sforzo, quasi simbolicamente per lasciarle un po’ di spazio in questo mondo. Tanti dettagli e complicazioni hanno impedito quella spinta finale tutta mia, che la ponesse completamente al di fuori di me.

Era lei che stava ancora troppo bene nella perfezione del grembo? Ero io che non volevo abbandonarmi fino in fondo alla filiazione? Un braccino, un giro di cordone al collo? Così ipotizzavano le ostetriche o piuttosto, senza troppi fronzoli, un bacino di mamma troppo esile per una bimba gonfia di salute? Domande sedate dopo 18 ore dal taglio, più che generoso, di un medico che con sole tre mie spinte finalmente l’ha innalzata al cielo, accompagnato dal fragoroso applauso del terzo turno di ostetriche e infermiere. La sensazione di un celebrante per una liturgia intrisa di vita e morte. E io che tremante lo abbraccio e esclamo forte “alla faccia del secondo natura!”. Ho desiderato scappare, morire, essere tagliata, il cesareo, l’epidurale.  

Nei giorni successivi una mamma in ospedale mi ha raccontato che con l’epidurale aveva sofferto poco e ad ogni contrazione era riuscita a pensare alla sua bambina. Ammissione: io ho sempre pensato alla mia pelle, era tutto così forte che non riuscivo ad andare oltre alla speranza di non crepare. Mi sentivo inadeguata. Era colpa mia che non usciva? Una schiappa? Con contrazioni a 130 la tua psiche, malgrado tutto, riesce comunque ad imporsi anche tali domande e torture. Eppure tuo marito, meglio di un CT della nazionale come sostegno e sprono per tutta la durata, e le ostetriche sono lì che ti rassicurano che stai dando il massimo e nel modo giusto. Non basta; quelle domande ti s’insinuano lo stesso tra uno svenimento e l’altro. Per tutte le mie 18 ore Mauro è stato il volto, che ormai non vedevo più nitidamente, capace di ravvivarmi senza tregua l’obiettivo di quel soffrire al limite della vita. La voce e la mano che mi raccontavano che ero lì per Viola.

In questo blog ci siamo confidati tante volte che il parto è il proseguimento di un atto sessuale che non si placa e abbraccia la vita. Ora comprendo che lo è nel senso più letterale di “farlo per amore”. E senza di lui non avrei saputo tenere accesa questa speranza, il dolore mi avrebbe sepolta. Un’esperienza di famiglia.

Al termine del turno le ostetriche per la terza volta si consegnano il lavoro incompleto e si confidano “sembra debole, ma è una leonessa”. Ancora non mi basta per non sentirmi in colpa. Angeli, le ostetriche. In particolare mi si è impressa nell’animo Veronica. Ha fatto di tutto per farmi fare il travaglio e il parto in vasca, anche se il tipo di gravidanza a rischio per diabete lo escludeva. Le coccole dell’acqua avrebbero stemperato l’inferno del gel che aveva indotto per tutto il pomeriggio le contrazioni vertiginose. Ce l’avevamo quasi fatta e dopo il contro natura del gel (non lo consiglierei mai, ma alcune situazioni potrebbero richiederlo e te la metti via!), la vasca sembrava la riconciliazione, il purgatorio dopo l’inferno. E ancora dopo 3 ore di contrazioni e spinte in acqua Viola non esce e Veronica, convinta di fare in tempo, chiude anche il suo turno e mi saluta dispiaciuta. Lì mi sono sentita senza madre adottiva, malgrado l'ostetrica fosse ben più giovane di me. Insomma un’odissea, dove nessuna preparazione poteva anticipare l’esperienza avvenuta. Mi sono sentita irrisolta a tal punto da non godermi nemmeno il momento che tutti decantano: Viola appoggiata al petto in sala parto. Solo lacrime.

Mezzora dopo in camera quando si è attaccata ad entrambi i seni, siamo ritornate ad essere madre e figlia come in questi 9 mesi. In mezzo il black out di una giornata. La settimana che si è appena conclusa tra dolori pazzeschi per emorroidi di proporzioni e quantità purtroppo rilevanti, i punti della ferita, gli svenimenti per debolezza e l'ingorgo mammario, è stata una degna prosecuzione del travaglio. E certo che si piange, intanto per il male e poi per il “passaggio corporeo” che cambia per sempre il nostro intimo.



Ogni notte faccio sogni strani che sono chiaramente collegati alla paura, al dramma che mi è rimasto sulla pelle. Scrivere quello che ho vissuto e percepito mi sembra un esorcismo liberatorio. Anche travolgere di qualche bacetto la nostra Viola non mi veniva spontaneo nei primi giorni, mi sentivo intrappolata nel male fisico e anche una sola effusione mi faceva tremare tutto il corpo. La convalescenza è fisica e psichica, ma come dice Sophie non sempre questa seconda dimensione trova cittadinanza d’ascolto. La visita che precede la dipartita dall’ospedale fa il punto dettagliato sul tuo fisico ma il resto compete a te. A rendermi ancora più inadeguata il foglio di dimissione in cui si segnala che la signora ha avuto un parto classificato come SEMPLICE. Certo, la testa c’arriva a comprendere il perché, ci sono parti ben più rischiosi anche se più brevi, ma quel “semplice” ti fa crollare nel mondo dei fantasmi. Non ce l’ho fatta ed era semplice.

Quando guardo gli occhi di mio marito, mentre ripensiamo al travaglio, vedo in lui il desiderio di rassicurarmi che ho dato più di quel che potevo dare e lo ringrazio per questa delicatezza. Arrivano in ogni caso i giorni del pianto, non so quanto durino, so che si piange per niente, si piange per una parola in più, si piange per una parola non detta, si piange per la paura, si piange perché vorresti stare con il dolore intimo ma il dolore fisico ti attanaglia. Eppure se le lacrime scendono (la seconda rottura delle acque, non documentata in cartella, ma abbondante e necessaria), un po’ alla volta passa. Da ieri mi sento già in una sorta di bolla più positiva e le gambe mi reggono in timidi spostamenti fuori dal letto.

Arrivano le effusioni abbondanti senza lacci interiori per Viola, bacetti e altri strusci lenitivi, l’allattamento come una delle forme più alte di sessualità (davvero maestosa!), le confidenze con tuo marito su una casa che non sarà più la stessa e che profuma di pienezza, un tirocinio di coppia quotidiano su come impostare le nuove giornate e le tante riflessioni condivise nei 9 mesi diventano un utile percorso segnato da Pollicino che nemmeno la paura di morire è riuscita a portarsi via.

Sarà come dicono tutte che poi si dimentica. Sinceramente non so se è proprio così, ora mi sembra impossibile, ma non metto limiti alla Provvidenza. L’unica cosa di cui non ho dubbio è che le madri soffrono. Fin da subito. E che la sofferenza non si può tacere. Nell’esprimerla già ritorna il sorriso. Se ne coglie anche l’ombra esagerata che talvolta ci sovrasta senza motivo. A tante donne avevo promesso a poche ore dal parto che a breve mi sarei unita alle imperfezioni che ciascuna mi ha confidato più o meno pubblicamente. E’ andata proprio così, ma ogni ora che passa mi sento anche sempre più vicina a quella maternità piena che avevo percepito in gravidanza. La vita mi sta disarmando e l’imperfezione mi nutre. Con la stessa voracità con cui i figli cercano il capezzolo, noi madri cerchiamo l’ascolto di qualcuno che possa contenere “le luci e le ombre”.

Da anni in questi giorni vivevo sempre la magia e la frenesia della Mostra del Cinema al Lido. Quest’anno nel mio red carpet sfila un’unica star di color violetta, che riesce a fare la cacca sempre tre volte a getto continuo mentre la stai cambiando o morderti il capezzolo e guardarti con le labbra sporche di sangue. Abbastanza pulp e horror da non farmi rimpiangere il presidente di giuriaTarantino. Per il resto è un unico piano sequenza: dorme, dorme e ancora dorme. Sarà vero?

Come mi suggeriva un amico, Viola profuma di biscotto e desidero intingerla nel te della vita.

Sono felice, molto, serena un po’ alla volta.