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lunedì 20 dicembre 2010

Violapensiero n°27

Ogni cosa nel mondo ha una sua precisa collocazione. Molto spesso le cose non vanno perché sono fuori posto. Questo vale tanto a livello spaziale, quanto a livello temporale. Il genitore nei confronti dei figli ha una ben precisa collocazione spaziale e temporale:



---> A ---> B ---> C ---> D ---> tempo…

La vita ci richiede da genitori di essere per esempio nel punto “C”. Ciò significa: tener presente che rispetto ai nostri genitori (e di conseguenza ai nostri avi: nonni, bisnonni, etc…) e ai nostri figli siamo collocati in un determinato punto (“C”) che sta dopo i nostri genitori (“B”) e avi (“A”) ma prima dei nostri figli (“D”, “E”…) e che nel tempo questa condizione non cambia.


Si tratta in sostanza di essere sempre consapevoli che noi genitori siamo venuti prima dei nostri figli e che a nostra volta i nostri genitori sono nella stessa condizione. I figli guardano sempre avanti e nel tempo devono fare la loro strada, se si rivolgono a noi (o noi pretendiamo che lo facciano) devono voltarsi e indietreggiare finché noi genitori li sorpassiamo in modo che loro ci vedano. Ma sono loro che devono andare avanti, come noi dovremmo fare nei confronti dei nostri genitori.


La mitologia, le fiabe, sono piene di esempi dove il protagonista deve superare delle prove senza voltarsi, altrimenti perde ciò che ha conquistato ovvero lo spazio percorso verso la meta.


Appena i figli si voltano indietro verso i genitori il loro percorso si inceppa e devono ripartire. Il genitore dovrebbe essere sempre in grado di stare alle spalle del figlio. Questo gli permette di aiutarlo nel bisogno, ma questo rapporto non dovrebbe mai ribaltarsi. Allora un figlio non dovrebbe mai aiutare un genitore o un nonno? In molte culture le cose stanno proprio così: quando un figlio si è reso indipendente lascia la casa dei genitori e va per la sua strada. Nelle fiabe quando il principe ha trovato la principessa e, dopo un certo tempo, decide di tornare dai suoi genitori, prima di partire la principessa lo avverte: io ti aspetterò, ma bada che, se una volta arrivato al castello dei tuoi ti lascerai baciare sulla guancia da tua madre, ti scorderai di me! E poi, quante fatiche per riconquistare il suo principe! Quante incomprensioni nascono nelle famiglie perché i genitori di lui o di lei interferiscono non rispettando la nuova famiglia che si è formata.


Oggi c’è timore di lasciare andare i figli perché i genitori temono per il loro futuro, tanto da non spingerli ad uscire nel mondo credendo di preservarli da una società che offre solo paure ed incertezze. C’è poi la pretesa (a volte espressa, a volte inconscia) che i figli siano il “bastone della vecchiaia” dei genitori e questo è un altro nodo da sciogliere.


Se un aiuto non si nega a nessuno, questo dovrebbe avvenire nella misura e maniera in cui un qualsiasi uomo dovrebbe essere pronto ad aiutare un altro uomo, mentre spesso la realtà è che i figli dedicano buona parte della loro vita a risolvere i problemi dei propri genitori, dando più importanza (per il senso del dovere) a questo che non alla propria famiglia. E poi siamo sempre così sicuri che i nostri genitori abbiano veramente bisogno di noi?


Troppo spesso non ci accorgiamo che, staccandoci da loro, permettiamo loro di evolversi ulteriormente, trovando quelle energie che nemmeno sapevano di avere perché erano messe da parte in nome di un figlio/a che faceva tutto per loro, decideva per loro, permetteva loro di sentirsi vittime di una vecchiaia che inesorabilmente avanza senza via di scampo. Ma la soluzione non sta magari nell’accettare la vecchiaia, nella volontà di superarla il più possibile da soli (o se possibile con il nostro compagno/a), con la nostra autonomia e libertà che da giovani abbiamo tanto voluto?


Manuel Donato, I bambini ci educano. Basta osservarli, sono il nostro specchio.




Ancora in ottobre sono andata ad una conferenza tenuta da Manuel Donato, maestro Waldorf (scuole ad indirizzo steineriano) e musicista, ma dopo un quarto d’ora ho dovuto andarmene, perché il marito mi ha lanciato l'essemmesse-esseoesse per l'allattamento. Così all’uscita mi sono comprata il libro su cui a distanza di mesi sono finalmente approdata.

Donato cambia la prospettiva. Rovescia le altezze dell’educazione. Certo non è l’unico, ma lo fa con una qualità di scrittura apprezzabile. Almeno nei giorni più ordinari e frenetici ci viene spontaneo pensare che sono gli adulti ad educare i piccoli. Personalmente mi sento spesso caricata di questa sensazione con mia figlia Viola. Anche non volendo, l’atmosfera apocalittica di “emergenza educativa” che ci circonda, mi crea quest’ansia di prestazione. Ebbene, per l’autore i primi educatori, forse anche i più efficaci, sono proprio i bambini con il loro dono di specchiare il mondo che li ospita e gli adulti che gli stanno accanto. Oltre che ad aiutarli a crescere, grazie alla carica esplosiva del “bambino specchio” queste persone possono beneficiare a loro volta di un processo di evoluzione e di autoeducazione. Come sempre si tratta di un benefit in omaggio se si trova il tempo, e il ritmo, per vivere sostantivi come ascolto, osservazione, espressione. Dimensioni più lente, ma non per questo relegabili solo alla sfera delle giornate di evasione dagli impegni, che sono ben poche per maturare tali capacità (di accoglienza).

Nella prima parte dedicata a “Collocazione. Ancoraggio. L’eternità ed il tempo. I bisogni dei bambini. Lo spazio. Desiderio. Raccogli ciò che semini”, mi sono imbattuta nella citazione proposta qui sopra che al contempo tiene insieme considerazioni quasi scontate, e per questo difficili da vivere, con riflessioni altrettanto clamorose. Si perché, complice la filosofia grossolana dei “bamboccioni”, tutti concordano – almeno a parole – nel “lasciare andare” i figli, detterebbe invece maggior scompiglio che un figlio si sentisse in dovere di trascurare i suoi genitori in onore di una famiglia che si sta creando o semplicemente per se stesso. Si diceva in tempi non sospetti anche in Genesi 2,24 «Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne ».

Senza dubbio le parole di Donato vanno intese prima di tutto simbolicamente, ma anche prese alla lettera non sono poi così malvagie o cariche di poca riconoscenza nei confronti di genitori che si tolgono il pane di bocca per i propri figli. L’autore lascia appunto trapelare che proprio non di solo pane si tratta e che tanto conta la presenza dei genitori nell’infanzia e adolescenza dei figli, tanto vale l’assenza in altre epoche della loro vita. Va da sé che con "presenza" e "assenza" non si intende né un esserci assillante né un mancare assordante. Sgomberando il campo - difficile capire quando è l’ora esatta per farlo – figli e genitori possono abbracciare il nuovo che avanza. Per i figli la maturità delle scelte, l’avviarsi di un progetto di vita, per i genitori il ritrovare il senso e la compiutezza di una coppia che ritorna ad essere “senza figli”. Quel nido d’amore tanto rimpianto e rubato dai vagiti dei neonati che ribussa scomodamente alla porta e che spesso non trova cittadinanza. Quante coppie si ritrovano estranee quando i figli camminano con le loro gambe.

Sulla carta il pensiero di Donato è illuminante, ma poi si scontra con la mentalità diffusa che le fatiche di un genitore anziano sono un affare di famiglia, se non della badante, quando si può permettersela(altrettanto come i nipoti sono un affare di nonni). Se l’Italia non diventa anche “un paese per vecchi” (e non in Parlamento), difficilmente lo potrà essere per i giovani intrappolati a correre pazzi tra figli da seguire e genitori da accudire. Un paese stritolato senza la giusta collocazione per nessuno.

Se dalle parole di Donato si coglie anche la difficoltà pratica che comporta l’essere disadattati  nel nostro albero genealogico, in un film fresco di uscita tutta natalizia si respira la negatività relazionale e il disastro formativo in cui si piomba se l'ordine s'inceppa. E’ eccezionale come talvolta mi capiti di leggere la pagina di un libro che mi rimane riga per riga nel cervello e solo dopo poche ore mi imbatto in un film che me la mette in scena. Fortuna o strane coincidenze, sta di fatto che mi si apre un panorama limpido e lampante di quanto avevo letto. Eh… che film direte?? La bellezza del somaro diretto da Sergio Castellitto e scritto dalla moglie Margaret Mazzantini.

Sulla qualità cinematografica complessiva dell’opera sono ancora in riflessione; a tratti mi ha divertito, a tratti illuminato e purtroppo in altri infastidito. Insomma devo pensarci ancora, ma nel frattempo so per certo che l’idea della Mazzantini che muove il film mi provoca. E’ proprio quella della “collocazione”, del posizionamento confuso delle generazioni e dei ruoli, tutti a spasso e alla ricerca confusa di una felicità a basso prezzo. Ecco che i padri sono amicali e easy (se non con l’amante), le madri isteriche nel dare quotidianamente  perfezione e ideali progressisti ai figli, che a loro volta sono pieni di rabbia che ciascuno incanala in  direzioni diverse. Ai genitori, come suggerisce una preside irosa che si definisce come “una che sta sul territorio”, altro non rimane che accettare queste manifestazioni di cui non sanno darsi spiegazione. E così sullo stesso piano finisce un figlio che gira con un cobra al collo e un’altra che si porta a casa un fidanzato che ha cinquant’anni più di lei. Troppo facile, tutti si aspettano che si tratti semplicemente di un padre che non ha fatto la sua parte e che la figlia ricerchi altrove il senex mancato.

Purtroppo c’è di più: un’intera generazione non credibile che ha creato dei figli disadattati. Ma per la teoria dello “specchio” i non integrati sono allora i genitori che non hanno saputo attivare quel processo di autoeducazione e rimanere alle spalle dei figli che si ritrovano a vendere le canne ai genitori per racimolare qualche soldo in più di paghetta ed altri siparietti che fanno tragicamente sorridere. Castellitto gioca alla farsa e graffia da far uscire sangue. Forse sbaglia più di qualche colpo, ma il film ha sequenze che sanno captare “il popolare” che avvolge l’esistenza di molte famiglie. “Studiate” e non. Figli di contadini o di architetti o di psicanalisti, tutti nella stessa barca di cui si è smarrito il timone. Nel film urlano tutti, genitori e figli. L’ascolto dei padri si è nascosto nella borghesia delle idee, quello dei figli si è smarrito nella vergogna dei propri genitori.

Cronos, Puer, Senex… tutti pezzetti di un unico puzzle da riordinare prima possibile, ma come ricorda Donato nel suo libro, l’ego non sempre lo permette:


“Un essere umano si autoeduca quando, di fronte ad un fatto, ad un evento, si pone delle domande e desidera aumentare la sua conoscenza per trovare delle risposte. Se questa conoscenza l’ha desiderata per amore, cambierà le cose e cambierà l’uomo, altrimenti sarà solo un altro modo per accrescere il proprio ego e le proprie disarmonie”.

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